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Arte, Idee, Santa Maria

Aiutiamo i drappelloni a casa loro

9 Feb , 2015  

L’idea di una mostra dei drappelloni “più significativi” da allestire al Santa Maria della Scala mi fa rabbrividire. Sinceramente. Questa storia uscì oltre un anno fa, per la prima volta. E vabbè, era una chiacchiera come un’altra in un momento di vuoto. Poi l’ha rilanciata un’associazione di categoria, e vabbè le associazioni di categoria tirano l’acqua al loro mulino, cercano di pensare a iniziative di vario genere che possano attirare gente in città, ma nessuno pretende che siano loro a progettare le politiche culturali. Ma qui la faccenda si sta ingrossando. E quindi vale la pena fermarsi un attimo e dire che l’idea di portare i drappelloni al Santa Maria della Scala è (a voler essere benevoli) assurda.

Allora, tentiamo di fare ordine.
Il Palio è indiscutibilmente parte di questa comunità e di questo territorio. E quindi, ovviamente e senza dubbio, anche della loro cultura. Nella storia recente del Palio vi sono stati drappelloni realizzati da maestri indiscussi, italiani e stranieri, che sono delle vere perle custodite gelosamente dai musei di contrada. Fanno bene a custodirli lì e, personalmente, da nessuna contrada mi è mai stata negata la possibilità di andare a visitare il suo museo quando l’ho chiesto. Non l’hanno negata a me, non la negheranno neanche agli altri, immagino, quindi se volete ammirare Guttuso, Botero, Jim Dine, Fromanger, Bueno, Arroyo e via andare – ma anche, a mio parere, Eugenia Vanni e Francesco Carone, tanto per restare in città – andate e chiedete. E sono certa che nessuna contrada vi chiuderà il museo.

Ecco, infatti. Punto primo: i musei dove esporre i drappelloni ci sono già. Alcuni rinnovati, restaurati e bellissimi; altri un po’ più vecchi e acciaccati, ma tutti curati e custoditi con lo stesso amore. Manca un coordinamento? È vero. Ma non c’era bisogno che ce lo spiegasse Opera Civita. Quando i musei di contrada sono stati aperti in modo sinergico – abbiate pazienza, è una parola orrenda ma rende l’idea – per le celebrazioni del Costituto, ad esempio, o più recentemente per la festa della Repubblica su iniziativa del Prefetto, un sacco di gente ha colto l’occasione per visitarli o ri-visitarli. Ecco perché non c’era bisogno di Opera Civita e non c’è bisogno del Santa Maria della Scala. Basta la volontà e la capacità di ‘organizzare’ il tessuto già esistente. Di fare da collante e da collettore. Di coinvolgere le guide, come è stato fatto con InContrada e che scommetto non si tirerebbero indietro. Certo, serve qualcuno che abbia voglia di sporcarsi le mani. Ma sono convinta che portare i visitatori a scoprire i drappelloni nei musei di contrada sarebbe ben più lungimirante che schiantare venti sete in una sala qualsiasi del Santa Maria. Sarebbe più utile a far capire ai visitatori cosa è il Palio e cosa sono le contrade, a farli uscire dal triangolo delle bermuda Corso-Piazza del Campo-Duomo e spingerli ad avventurarsi in altre strade, a immergerli in un’esperienza davvero smart e slow come va tanto di moda dire oggi.

Punto secondo: chi selezionerebbe i fantomatici drappelloni “più significativi”? Chi decide che un Clemente vale più di un Ontani e un Del Casino meno di un Maccari? Si va a gusto personale? Si pesa il curriculum dell’artista? E, in questo caso, lo si pesa per quello che ha fatto prima o dopo aver dipinto il Palio? Aver fatto la Biennale dà più o meno punti di essere stato battuto all’asta? Mettiamo le foto su Facebook e vediamo chi prende più like?
La domanda è: c’è a Siena qualcuno che sa con competenza ed esperienza giudicare e analizzare un’opera d’arte contemporanea? Se la risposta è no, torniamo al punto precedente: tocca scegliere con Facebook. Se la risposta invece è sì, allora per l’amor di Dio che si faccia avanti e che venga incoronato da chi si occupa di politiche culturali. Ma non per indicare i drappelloni prescelti al temporaneo trasloco, ma per occuparsi piuttosto di assegnare i prossimi incarichi. Per tornare ad affascinare gli artisti contemporanei con la magica sfida rappresentata dal dipingere un drappo di seta verticale, così iconograficamente rigido e così spietatamente dato in pasto alla gente. E, magari, sfruttare nel frattempo l’occasione per intessere quella rete di rapporti che una volta aveva messo Siena al centro dello scenario contemporaneo e che oggi si è invece sgretolata (a tal proposito, se ve la siete persa, l’ultima puntata di Siena Cult Sera parlava proprio di questo e la trovate qui).

Perché, e questo è il punto terzo: siamo tutti convinti che il drappellone debba essere un’opera d’arte? Perché se ci piace l’idea che il drappellone sia un’opera d’arte, unica nel suo genere e quindi anche spendibile a livello cultural-turistico, allora basta con bandi, banditori e concorsi a premi. Prendiamoci la responsabilità di scegliere a chi vogliamo affidare l’incarico prestigioso, consegnando un momento che per la città è sacro nelle mani di qualcuno che riteniamo all’altezza di quel compito.

Punto quarto, personalmente il vero nodo della questione: il Santa Maria della Scala non è lo scaffale di un supermercato. Non va riempito con qualsiasi cosa ci capiti fra le mani perché gli scaffali vuoti fanno fare brutta figura e scacciano i clienti. Non è un contenitore. Non è un temporary outlet. Non è un centro sociale dove si dà spazio a chi non ce l’ha. Il Santa Maria della Scala – se vuole ancora aspirare a diventare il polo culturale cittadino con un respiro internazionale – ha bisogno di una strategia. Di una direzione scientifica e artistica. Di accogliere progetti, allestimenti, mostre, eventi, performance tutto quello che vi pare ma che abbiano un senso l’uno con l’altro. Che abbiano una visione. Che abbiano un motivo. Perché se invece accettiamo a cuor leggere l’idea che possa accogliere tutto “così almeno sta aperto”, accettiamo lo scempio della progettazione culturale. E allora tanto vale tenerlo chiuso e concentrasi su altro.

Giulia Maestrini

ps – la foto di copertina è una delle immagini ufficiali del Palio dipinto da Francesco Carone

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3 Responses

  1. […] uno: riflessione interessante di Giulia Maestrini qui (http://www.labombacarta.it/aiutiamo-i-drappelloni-a-casa-loro/), che per gran parte condivido. Ci tornerò […]

  2. […] Palio. Figuriamoci se non sono d’accordo con gran parte del ragionamento che ho letto qui (http://www.labombacarta.it/aiutiamo-i-drappelloni-a-casa-loro/). Per quanto riguarda il Museo del Palio, infatti, credo che questo esista già: […]

  3. Massimo Sollazzini scrive:

    Nel mio profano mondo dei sogni il Santa Maria della Scala è un luogo dove le ‘belle arti’ senesi sono il mezzo per conoscere la cultura che ha dato loro origine, e per entrare in contatto e confronto con la cultura di altre realtà, le cui opere vi vengono più o meno temporaneamente esposte. In un luogo come questo anche una mostra dei drappelloni ha la sua ragion d’essere.
    Una carrellata di tot cenci per Contrada? No. Un percorso critico fatto da qualcuno che abbia la preparazione per costruirlo (se non a Siena, in giro credo ce ne siano) e che affianchi al drappellone di Botero o di Carone una o più opere affini (o opposte, perché no) dello stesso artista, e così via.
    Una esposizione d’arte contemporanea che abbia una sua ‘anima’ a monte dei drappelloni, e che in questi trovi un compendio irripetibile altrove. Con questo approccio avrebbe ragion d’essere: con un tempo sufficiente per prepararla e proporla al mondo (certo non da un mese all’altro), con le contrade disposte a non pretendere di esser rappresentate tutte allo stesso modo, in nome di un bene comune più ‘alto’ (ultimamente si vedono sinergie tra rivali perfino eccessive, a gusto mio: si può sperare anche in questo, allora?). E’ vero che i drappelloni hanno le loro case (e lì devono restare, come tutto il resto: a me il ‘museo del Palio’ non attira per niente), ma se guardiamo ad un pubblico esterno un evento di questo tipo potrebbe far aprire gli occhi su 17 realtà artistiche a tutt’oggi impercettibili ai più. E non lo dico certo perché ne ha parlato di recente un’associazione di categoria (cui su questo va comunque riconosciuto il merito di una proposta); lo penso già da un po’. E a tutt’oggi temo, però, che non ci sia il contesto giusto per trasformare una idea di questo tipo in una realizzazione di livello, anziché in un mero riempitivo del ‘contenitore’. Spero di sbagliarmi; nell’attesa stop ai bandi per i drappelloni. Concordo.

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