calcio fiorentino

Eventi, Reportage

CONTROMONDIALE 2014 (terza e – per ora – ultima puntata)

15 Lug , 2014  

ovvero l’Anti Reportage su Italia-Uruguay

FIRENZE. Carlotta sta una delizia sotto questo cappello, ecco cosa ha detto il cameriere mostrandomi la foto sul display.

Marciare o marcire strepita a caratteri cubitali il poster incorniciato dentro le Giubbe Rosse. Slogan futurista appeso lì da quasi un secolo sopra la bottigliera a specchio.

Questa topa qui invece, che appare seminuda sull’Iphone è l’autentica regina delle notti alle Cascine, così mi spiega il cameriere: la peccaminosa Carlotta, la scandalosa Carlotta. Questa per esempio è una sfilata di macchine ai mondiali del novanta, dopo una partita in cui vincemmo qualificandoci ai quarti di finale.

Qui Carlotta ha il viso tutto dipinto, il culo fasciato da un tricolore attillato, danza sul tetto di una Saab colore bianco. O patria, o morte! Marciare o marcire!

Puoi guardare più ingrandito dice tutto infoiato. È una foto da espandere ancora mi assicura il cameriere. Eccolo il vero nome, Carlo Biagiotti si chiamava. Tra i primissimi trans d’Italia. Novità assoluta per quei tempi. Si mormorava addirittura che andasse a letto con onorevoli e calciatori della nazionale.

Piazza della Signoria. All’angolo, in via dei Magazzini, il fioraio è chiuso. Mi servono i fiori.

È tutta colpa di Prandelli se mi servono i fiori. L’allenatore della nazionale. Ha detto che non siamo patriottici. L’Uruguay ha un vantaggio dice Prandelli. L’Uruguay ha più amor patrio di noi.

E così stasera voglio compiere un gesto patriottico. Accontentare Prandelli. Aiutare la patria. E visto che non vedrò la partita, ho deciso di lasciare un mazzo di fiori sotto la lapide delle vittime della Strage dei Georgofili. Ma il fioraio è chiuso.

La squadra italiana è Buffon Alessio Cerci Claudio Marchisio Mario Balotelli Lorenzo Insigne poi Candreva e Cassano e Thiago Motta. Nella strage morirono i coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume con le figlie Nadia Nencioni e la neonata Caterina Nencioni più lo studente Dario Capolicchio.

L’Uruguay invece schiera Campbell Ruiz Cubero Tejada Brenes. Tutti patrioti dell’Uruguay. Nadia Nencioni scriveva poesie. Ci furono circa quaranta feriti quella notte. Una ragazza bruna in bicicletta sta parlando con l’auricolare. Ci sono americani orfani di google map che si sono persi in centro e cercano malamente di orientarsi con le insegne. That’s the pizza place where we bought the water, ha detto uno, I think we should go that way. Una giapponese si fa fotografare col cappello di paglia nel punto esatto in cui bruciarono Savonarola. E fa veramente caldo in piazza. Un caldo da rogo. Vu’ cumpra’ vendono cappelli e occhiali da sole.

Il caldo di San Giovanni batte alle tempie.

Laggiù in Brasile c’è clima tropicale. È inverno. Non esageratamente caldo. I nostri ragazzi si sono allenati con una giacca, la partita è veramente accesa. Da questa partita dipenderà la sorte del mondiale.

L’Uruguay è costretto a vincere. L’Italia è costretta a vincere. L’arbitro si chiama Moreno ha detto l’amico del barista. Moreno Rodriguez mi pare di aver capito. In cima alla lapide, a mo’ di epigrafe, c’è una poesia di Nadia Nencini, la piccola poetessa morta nella strage:

Il pomeriggio

Se ne va

Il tramonto si avvicina

Un momento stupendo

Il sole sta già andando via ( a letto).

È già sera tutto è finito.

C’è un albero piantato nei pressi della porta. Una targa con la scritta. L’olivo, questa generosa pianta mediterranea, simbolo mitologico. Ma mi distrae nella lettura la pronuncia maccheronica di una guida che arriva alle mie spalle con un gruppo.

In this street, dice la guida there was a Mafia… a Mafia… come si dice?

Attack? Ha suggerito la turista.

Esatto, attack.

E quante persone morirono?

Two dice lei, Two or three… there was a couple.

In realtà i nomi sono scritti più avanti. I giocatori in campo sono undici per parte. E undici più undici fa ventidue. Con l’arbitro, ventitré. Senz’altro è la partita più importante della mia carriera ha detto Balotelli. Potrebbe essere la fine della mia carriera.

Tutto volle qui finito una bomba assassina per la piccola poetessa

Per la sorella Caterina appena nata

Per i genitori Fabrizio e Angela Maria

Per lo studente Dario Capolicchio

La notte del 27 maggio 1993.

Vive nel cuore di tutti i fiorentini.

Torre de’ Pulci. Sede dell’Accademia dei Georgofili. Qui duramente colpita dice la lapide. Ecco il taglio della strage. Inciso nel mezzo, come una cicatrice contro la facciata. A voler significare apposta un viso spaccato, in due parti: un pezzo antico e un pezzo anticato. Ottime chiusure nel finale. C’è bisogno di più precisione nei passaggi. Sempre che l’attaccante non esca stremato per i crampi. E che non perda qualche pallone di troppo ha detto il telecronista.

Fu una strage per colpire lo stato. O forse solo un avvertimento allo stato. Diversa dalla strategia della tensione. Questa strategia la chiamarono strategia della conservazione. Un abbaglio dell’arbitro. Non era fuorigioco. L’attaccante non trova nessuna intesa con Balotelli. Pallone a fondo campo.

Passaggio intercettato dall’avversario. Le bobine delle intercettazioni con la voce dell’ex ministro Mancino e del presidente della Repubblica Napolitano le hanno distrutte. E non verranno mai più utilizzate nel processo per accertare la verità sulla trattativa stato-mafia. C’è un mimo travestito da sarcofago. Ci fu una intesa? Era fuorigioco? Se intesa ci fu, sicuramente fu a centrocampo. Sotto le docce, negli spogliatoi. Le bobine vennero distrutte nello stesso pomeriggio in cui il presidente Napolitano teneva il discorso alle Camere in seduta comune per la sua seconda investitura.

Ritrattisti, caricaturisti, venditori di ciarpame.

Normalmente per distruggere delle bobine ci vorrebbe un contraddittorio. Ma non c’è bisogno di contraddittorio se la materia del contendere attiene al vulnus costituzionale. Ecco le gioconde copiate e disposte tutte a terra, con i dipinti dozzinali e il ponte vecchio sullo sfondo del disegno. Il venditore dice alla straniera che circola intorno al ciarpame: this is Florence… very beautiful.

 

E così finisce il primo tempo. Erano tempi di stragi quegli anni lì. Tangentopoli aveva affossato un intero sistema. E il sistema ora tentava di reagire come poteva per sopravvivere all’azzeramento dei suoi legami con le istituzioni. Allora scoppiavano le bombe. A Firenze. A Roma. A Milano. Contro i monumenti artistici nazionali.

Carlo Azeglio Ciampi era il presidente del Consiglio. Lo confessò solo molti anni dopo. Tredici, per la precisione. Confessò che l’Italia non sta giocando bene. Ci sono molti fischi. C’è insoddisfazione c’è.

Arrivai a tarda sera dice l’ex presidente del Consiglio. Poi fu presidente della Repubblica. A mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l’esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse ‘Carlo, non capisco cosa sta succedendo…’, ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato.

A Borgo de’ Greci hanno scritto con lo spray sul muro VEGANI PER GLI ANIMALI.

Ci sono le tribune già allestite in piazza Santa Croce. Ci sono le transenne per sbarrare l’accesso, è uno stadio improvvisato questo, che trasforma completamente la piazza. Diventa un campo di pallone, il tradizionale calcio fiorentino che qui si gioca fin dal medioevo. E l’ultima partita viene giocata proprio oggi, il giorno di san Giovanni.

Gli spalti sono vuoti, una specie di impalcatura metallica montata a incastro e sospesa intorno a tutto il perimetro del campo.

Non si può entrare dice un vigile. È tutto sbarrato, all’interno c’è la terra che delimita il campo, qua e là ci sono cumuli ancora da spianare. Il campo non è pronto. San Giovanni è oggi.

A che ora è la partita, chiedo al vigile. La partita è stata annullata dice il vigile. All’ultimo incontro se le sono date di santa ragione.

Tutti contro tutti.

Il sindaco ha sospeso i giochi, per motivi di ordine pubblico.

Le cose sono andate così. L’arbitro aveva squalificato un giocatore. Il giocatore per dispetto si rifiutava di uscire dal campo. E quindi continuava a giocare come se niente fosse. Allora l’arbitro dice vai fuori, sei stato espulso.

E lui dice no, non voglio uscire.

Allora l’arbitro per vendetta ha squalificato l’intera squadra.

Va detto, che quasi tutti i giocatori del calcio medievale fiorentino di mestiere fanno i buttafuori: nei locali notturni, diurni, discoteche, pub, club esclusivi.

Deve essere spassoso un arbitro che tenta di buttare fuori una intera squadra di buttafuori.

È un controsenso quasi. Quelli avranno pensato che l’arbitro gli voleva rubare il mestiere. Non uscivano dal campo manco morti. Sono rimasti a giocare per difendere la loro dignità professionale.

Alla fine se le sono date di santa ragione: pubblico con pubblico, giocatori contro giocatori, arbitro incluso.

 

Dirotto allora i miei passi dentro la Basilica di Santa Croce, vado a trovare i padri fondatori della mia patria, nel senso culturale e politico del termine. Sì. Voglio accontentare il commissario tecnico della nazionale italiana.

Qui giace Niccolò Machiavelli. Padre delle scienze politiche.

Torturato fino quasi a morire dai suoi stessi concittadini. Accusato ingiustamente di complotto dai Medici. In esilio scrisse Il Principe. La Mandragola.

 

Eccolo qua il cenotafio di Dante Alighieri, morto in esilio pure lui. Le ossa infatti si trovano a Ravenna.

Più avanti c’è il poeta Ugo Foscolo, morto in esilio a Londra. Sepolto inizialmente a Chiswick Park, sulla Piccadilly line. Linea blu. East London.

Mi piacerebbe tanto chiedere a Prandelli come mai tutti questi padri della patria sono morti in esilio.

E come mai una patria manda in esilio i propri padri. E tutti quanti i suoi figli migliori. Perché questa patria qua è sempre stata un volgare complotto di mediocri?

Prandelli mi dovrà rispondere prima o poi. Non lo so, magari con uno schema di gioco. O muovendo i giocatori appiccicati contro la lavagna. Lui se ne intende di convocazioni. Di chi resta in panchina, chi resta a casa, chi gioca titolare. Lui sì che è un esperto di esilio.

 

Nella piazzetta San Martino ci sono i clienti del bar Mingo che stanno appollaiati sulle sedie, sotto l’ombra catodica che trasmette le azioni.

Immobile. Immobile passa la palla a Marchisio.

Marchisio. Marchisio, tira.

Fuori. Palla sul fondo.

Calcio d’angolo per l’Uruguay.

Cassano. Cassano passa la palla a Balotelli. Passa una carrozza di cavalli, con quattro turisti a bordo.

Casa di Dante è chiusa. Cassano sta nelle retrovie.

La guida turistica sta dicendo che la maison maintenant est fermée. I francesi scattano un diluvio di fotografie.

Dante Alighieri est né à Florence en 1265, il est le fils aîné d’Alighiero degli Alighieri. Dante est un diminutif de Durante.

E passala questa palla, porca puttana.

En 1295, il s’engage dans la vie politique. Dante est un partisan de l’indépendance de Florence vis à vis de la papauté.

L’Italia subisce un fallo. Calcio di punizione a nostro favore. Il prend position pour la séparation du pouvoir temporel et sprirituel.

Il pizzaiolo della pizzeria Totò in via Dante Alighieri ha detto io non posso restare qui fino a stasera alle 11.

Il collega che doveva iniziare il turno pomeridiano ha spento il cellulare. Si sta vedendo la partita.

Ora mi sente, ha detto il pizzaiolo. Ora mi sente. Finalmente lo riesce a rintracciare, gli chiede dove sei, quando vieni, sbrigati.

Nel bar leggo il titolo del giornale. Guardo la faccia di Mick Jagger in concerto a Roma.

Mick Jagger ha profetizzato la vittoria dell’Italia. L’Italia vincerà ha detto.

Anche ai mondiali del 1982 pronosticò la stessa cosa.

E quella volta ci portò fortuna. Vincemmo la finale in Spagna.

A Madrid. Stadio Santiago Bernabeu.

Mick Jagger deve essere nato lo stesso anno dell’ex premier Mario Monti. Qualche mese prima o qualche mese dopo, non mi ricordo. Ma è così.

Il premier che abbiamo adesso invece è più giovane. Praticamente ha la stessa età delle Spice Girls.

 

Pertini nel 1982 volò a Madrid, perché lui voleva assistere alla finale degli azzurri in tribuna, allo stadio Bernabeu, accanto al presidente tedesco. E riportò i campioni indietro sull’aereo presidenziale.

Era dai tempi del fascismo che non vincevamo un mondiale. Eravamo contenti. Era giusto che un presidente partigiano volasse a Madrid a riprendersi i ragazzi, visto che giocavamo contro i tedeschi.

Il duce ai mondiali del trentaquattro e del trentotto aveva regalato dieci mila lire a testa a ogni giocatore in campo dopo la vittoria.

Pertini invece li invitò a giocare a carte sull’aereo presidenziale. Ciccio Graziani vestito con la camicia bianca fece scopa al Presidente della repubblica, con un asso di bastoni. E patteggiò la primiera. Pertini fece i denari e le carte a lungo. Sembrava un buon padre di famiglia Pertini, con la pipa, gli occhiali.

Il capo della famiglia di Castellammare del Golfo viaggiò fino a Prato. Con lui c’era un mafioso di Brancaccio. Convinsero il capo della famiglia di Alcamo a prestargli un garage dove poter confezionare quattro pacchi di esplosivo. Un boato è uscito dalle finestre. Devono aver sbagliato un goal.

La nazionale deve assolutamente qualificarsi agli ottavi di finale. L’arbitro fischia. Un autobomba imbottita con 250 chili di esplosivo.

In piazza della Repubblica un gruppo di Arancioni comincia a cantare: Hare Krishna Hare Krishna, Krishna Krishna Hare Hare Hare Rama Hare Rama. E se ne vanno danzando, verso Piazza del Duomo.

Marchisio allunga la palla verso la metà dell’area di rigore.

Hare Krishna Hare Krishna, Krishna Krishna Hare Hare Hare Rama Hare Rama.

Ciro Immobile si avvicina al portiere. Hare Krishna Hare Krishna, Krishna Krishna Hare Hare Hare Rama Hare Rama.

 

All’ ottantaquattresimo minuto mi siedo. Con Montale alle Giubbe Rosse c’è scritto sul vecchio giornale incorniciato nello storico locale.

Mi siedo all’interno, sedie d’altri tempi. Tavolo di marmo. All’esterno, sotto quegli orribili catafalchi sventrati per il caldo, tutti stanno guardando la partita. Italiani e turisti che mangiano. Caprese, pappardelle, puttanesca.

Questi catafalchi orrendi sembrano astronavi col tettuccio apribile, atterrate quaggiù a Firenze, per assistere alla partita.

Tony, ha gridato la cameriera riccia.

Marchisio d’altronde sulle palle alte è imbattibile ha detto il telecronista.

Che c’è, ha detto Tony.

Al tavolo 13 vogliono le lasagne.

Bisogna spostare comunque il gioco sulle fasce….

La pizza gliel’hai già portata?

Sì.

Esce il cuoco all’improvviso e dice, quant’è lo score?

Non lo so, ho detto io.

Manco una radio ci abbiamo in cucina, cazzo.

Il cuoco si chiama Moreno. Anche l’arbitro si chiama Moreno. Moreno Rodriguez se non mi sbaglio.

L’Italia gioca in dieci ha detto il cameriere.

E hanno tirato un morso a uno dei nostri, ha detto il cameriere.

Un morso?

Sì, gli hanno tirato un morso.

Io bevo birra. In silenzio. L’Italia si sta difendendo male. Non attacca. Io sto fermo. Non mi muovo.

Sto seduto proprio allo stesso tavolino di Eugenio Montale.

L’aperitivo a buffet qui alle Giubbe Rosse è abbondante. O forse è che ci sono solo io al momento.

La sala interna è vuota. Quella dietro, uguale. Fuori urlano. Urlano arbitro bastardo.

Gli attentatori eseguirono un sopralluogo due giorni prima della strage. Balotelli è uscito da un pezzo. Sta in panchina adesso Balotelli.

Ciro Immobile. Ciro Immobile. Gli rubano la palla.

Barranca e Spatuzza rubarono una Fiat Fiorino.

La sistemarono nel garage parcheggiata a retromarcia. Mentre Marchisio si porta in area di rigore.

Caricarono l’esplosivo. Tira, è fuori. Il pallone è fuori, di poco.

Giuliano e Lo Nigro lasciarono l’autobomba nel centro storico. Silenzio. Deve aver segnato l’Uruguay. Non si sente più fiatare. E l’autobomba esplose.

Le inchieste delle procure di Palermo e Caltanissetta hanno accertato finora che ci sono stati dei contatti tra le autorità statali e Cosa nostra.

È chiaro che la scelta patriottica di Prandelli è stata quella di portare in Brasile le famiglie dei calciatori. Le mogli dei calciatori.

L’ex ministro degli Interni Mancino diceva così nelle sue telefonate: Mo’ pure questa cosa di Dell’Utri… ma io so Dell’Utri che cosa ha fatto! Ma mi sembra che… diciamo è rafforzativa della tesi secondo cui Dell’Utri, per conto anche di Berlusconi, ha fatto trattative.

Poi Mancino è stato promosso vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

 

No. Non è rigore. Un accordo per far cessare le stragi. Concessioni quali la revoca del 41 bis ai capimafia. Il ritiro della nazionale è vicino a Rio, con una temperatura diversa da Recife dove giocarono l’altra volta.

E diversa ancora dal clima che sta a Manaus.

È un ritiro dove fa fresco ha detto il cameriere. L’aveva sentito dire alla televisione.

A Manaus fa umido, fa caldo, ci sono le zanzare.

Allora abbiamo parlato del Brasile. Di Chico. Di dengue. Di Mario de Andrade. Di Elis Regina. Di viados. Che poi in Brasile viados significa un’altra cosa.

È stato a questo punto che ha tirato fuori le foto digitali di Carlotta. Sì, la peccaminosa Carlotta, la scandalosa Carlotta mentre si esibiva alle Cascine, con un tricolore che la ricopriva appena.

E così io ho gridato: o patria, o morte!

 

Alfonso Diego Casella 

 

ps- si chiude il reportage dai mondiali di calcio di chi i mondiali di calcio non li ha seguiti. Tutta la Bomba Carta ringrazia Alfonso per il suo lavoro e se volete continuare a seguirlo – in attesa che ci regali altre riflessioni – lo trovate sul suo blog o su twitter come @Karakirisushi, oppure fuori per strada, il suo social network preferito.

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