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Curiosity killed the cat

3 Apr , 2014  

(but not anymore)
Da qualche tempo mi frulla per la testa questo termine: curiosità. Sento che è ciò che ci manca nel profondo, e allora, da buona pignoletta, sono andata a sfogliare i dizionari, come un tempo si usava fare.

“Curiosità” proviene dal latino curiositas, derivato di cura, che, nell’ordine, può significare:

1. cura, sollecitudine, premura, attenzione, riguardo, diligenza, solerzia
2. inquietudine, affanno, pensiero, preoccupazione
3. amore, pena amorosa, persona amata
4. preoccupazione, inquietudine, affanno
5. oggetto d’amore, amore
6. amministrazione, governo
7. direzione, opera, ufficio, impegno, incarico, occupazione
8. ornamento, acconciatura, cura della persona
9. studio, compilazione, ricerca
10. custodia, sorveglianza
11. coltivazione di piante, allevamento di animali
12. trattamento, cura delle malattie, rimedio, guarigione
13. curiosità, interesse
14. custodia, tutela

Facendo dunque uno sforzo di sintesi e di ampliamento, scopro che la curiosità abbraccia l’attenzione così come l’inquietudine, l’amore e l’amministrazione, l’impegno, la ricerca, ma anche la custodia, l’allevamento e l’interesse. Tutti concetti, questi, che coinvolgono il passato, il presente e il futuro. Custodire, tutelare e studiare il passato, se, quando e come ne vale la pena; preoccuparsi (come non farlo?) per il presente e coltivarne le positività; ricercare con diligenza, inquietudine e impegno per meglio amministrare il futuro.

Eppure la curiosità sembra oramai merce rara: ci concentriamo bene (?) che vada sul passato, altrimenti soltanto sul presente, sui nostri problemi e le piccole distrazioni. Ci dedichiamo al già noto, al conosciuto, al sicuro, ai solchi tracciati, alle vecchie glorie.

Vogliamo fare un esempio frivolo? Bene, facciamolo, ché le pieghe seriose non piacciono più a nessuno. La sigla di Domenica In del 1986, cantata da Raffaella Carrà si intitolava, guarda un po’, “Curiosità”. Cosa abbiamo invece per la stagione 2013-2014? “Viva la Rai”, che Renato Zero portò a Fantastico nel 1982; nella attuale versione degli incartapecoriti Venier, Clerici e quant’altri ripercorrono la storia della televisione italiana manifestando la loro palese incapacità di avere qualcosa di nuovo da dire.

Con le dovute eccezioni (che, come direbbe un filosofo minore del terzo millennio, rappresentano solo una codina di gaussiana), a teatro si va a vedere solo quello che già la televisione ci ha fatto conoscere, i concerti che fanno il pieno sono quelli di mummie ambulanti e poco saltellanti,  le mostre frequentate sono quelle di nomi arcinoti e arcigadgettizzati, le manifestazioni culturali più seguite sono quelle che le grandi istituzioni hanno già deciso per noi che andranno seguite.

E questo non è solo un problema di “civiltà dello spettacolo” per cui le cose facili e banalizzate, in quanto maggiormente accessibili a un vasto pubblico, sono, per l’appunto, anche quelle di cui maggiori sono gli accessi. È un problema più profondo di desuetudine alla curiosità, all’inquietudine positiva, alla ribellione e alla ricerca di prospettive.
Ma poi non lamentiamoci se, dopo aver girato per una vita come criceti nella ruota, alla fine scopriamo che non siamo andati da nessuna parte.

Margherita Fusi

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