cipressi

Idee, Santa Maria, Siena2019

Ripartire dalla delusione

18 Lug , 2014  

Stereotipo. Tutti noi abbiamo delle caselle mentali in cui archiviare ciò che non conosciamo bene, una visione di qualcosa o qualcuno che fino a che non diventa diretta è rappresentata con uno stereotipo. E fino a qua niente di male perché se davvero siamo persone curiose o se davvero siamo interessati a quel qualcosa o qualcuno vogliamo andare oltre lo stereotipo e conoscerla più a fondo. E qui iniziano i guai. Perché spesso lo stereotipo è rassicurante e la realtà la consideriamo un tradimento dell’idea che avevamo, non ci piace e ricerchiamo anche in questa le tracce dell’immagine stereotipata che avevamo prima. E le troviamo. E non evolviamo, e non andiamo oltre. Ma siamo felici, o almeno sereni, abbiamo trovato quello che cercavamo rimuovendo la realtà.

In termini turistici è ciò che facciamo ogni volta che viaggiamo: scegliamo una meta in base all’idea che ne abbiamo, leggiamo e ci informiamo su ciò che troveremo e quando siamo lì cerchiamo ciò che già, teoricamente, conosciamo. Abbiamo paura di farci stupire, abbiamo paura di essere delusi. Ecco, è la delusione lo strumento unico che abbiamo per ribaltare gli stereotipi. Siena vive e si alimenta di stereotipi: i senesi hanno una visione spesso retorica della loro città e della sua storia, i turisti hanno un’immagine stereotipata e da cartolina della città, dei senesi, del Palio e dell’intera Regione. In alcuni casi siamo stati noi senesi ad alimentare l’immagine che gli altri hanno di noi: la memorialistica locale in rari casi ha raccontato il reale, si è preferito mostrare e costruire una narrazione semplificata, pacificata, ad uso di un consumo veloce e non traumatico. Fino a pochi anni fa siamo stati noi senesi a puntare su immagini standard della città e del territorio (“chi dice palio dice Siena”, i cipressi e le “coccole”, “tra le colline e i casolari qui c’è un olio senza pari”…) ed ora non possiamo meravigliarci o indignarci della campagna di marketing turistico della Regione che non faceva altro che sottolineare questa immagine.

Non a caso il progetto di candidatura a Capitale Europea della Cultura per il 2019 ha inserito in almeno due progetti l’analisi dello stereotipo, perché è fondamentale ripartire da qui per ricostruire una realtà dell’immagine cittadina. Ci riflettevo proprio durante la presentazione di questi due progetti, al Santa Maria della Scala. Uno intende ribaltare lo stereotipo (Tuscany in your bathroom) l’altro (Gift of life) invece intende rassicurare i senesi dell’immagine che essi hanno di loro e della città.

Invece è dalla delusione che dobbiamo ripartire, essere noi stessi i primi a perdere la certezza di una immagine rassicurante e questo è il momento giusto per farlo. Il direttore di candidatura Pierluigi Sacco ha ripetuto fino a farlo diventare un mantra che sono le città in crisi a giocarsi realmente la possibilità di divenire Capitale ed una crisi economica e sociale genera per forza anche una crisi d’identità: quindi approfittiamo del momento e riscopriamo la nostra reale identità. Non serve a questo scopo soltanto un data-base di memorialistica locale, collettiva o Contradaiola (così sera indicato nelle slides di presentazione, con la lettera maiuscola, un refuso freudiano che ha molto significato) guardiamoci attorno e facciamoci raccontare anche dagli altri, negoziamo una realtà che nasca dal nostro modo di vivere e di aver vissuto la città e dal giudizio che l’osservatore attento ha. Per farlo dobbiamo però aprirci, per farlo dobbiamo essere davvero osptitali, perché è l’altro che ci aiuterà a ritrovare la nostra identità non immagini uguali a se stesse perpetuate nei racconti e nelle novelline sempre uguali da cinquant’anni. Il Vernacolo Clebbe non è un trattato di antropologia, il progetto sull’identità cittadina non deve servire soltanto a rifare i costumi nuovi per la passeggiata storica. Questo sarebbe realmente uno stereotipo che spero davvero di superare e se per farlo devo rinunciare, io per primo, all’immagine che ho di me e della città che mi circonda ben venga, perché se è vero che i turisti vedono la Toscana solo come un rondò di cipressi ed un casale è anche vero che qualcuno quel rondò di cipressi non solo lo ha piantato, ma continua a curarlo.

 

Giuseppe Gori Savellini

 

ps- La foto non è un granché ma immortala “gli struzzi” di Yu Zhaoyang installati dalle parti di Catignano. Un po’ è quello che facciamo noi: ci nascondiamo con la testa dentro ai cipressi per non vedere che la Toscana è anche altro.

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