Santissima_Siena

Idee, Siena2019

I naufraghi e l’approdo laico di Siena 2019

23 Set , 2014  

Immaginiamo una piazza con un sagrato di marmo, un portale chiuso, musica che fa ghiacciare il sangue ed una ballerina con occhi enormi che cerca di salvarsi dalla spuma di un naufragio, che si dibatte appesa ad un pennone (immaginario) che invoca ed è invocata come salvezza a cui donare l’anima. Immaginiamo poi due metri più in là l’ingresso di un museo, un luogo quindi che avrebbe soltanto da guadagnare dalla cultura diffusa, che sbatte le porte chiedendo per quanto tempo durerà “il chiasso”. Il più a lungo possibile, ci sarebbe da sperare.

Già, e qui veniamo a parlare del tema di queste ultime settimane, Siena Capitale della Cultura. Il chiasso che abbiamo visto sabato per un evento come il festival Ballo Pubblico ci sarà da sopportarlo per anni, almeno fino al 2020 se le cose andranno bene. Se invece andranno male io ho già il mio capro espiatorio inconsapevole: il bigliettaio del Battistero ed i tanti come lui che si oppongono in modo fermo ad ogni cambiamento nella programmazione culturale della città.

Essere capitale non significa magnificare il nostro passato e cristallizzare ciò che abbiamo, significa tutto il contrario: abbiamo il dovere di rimettere in discussione tutto ed essere guida nel settore della cultura. Significa fare chiasso, ma un chiasso tremendo. Significa creare nuovi naufraghi e metterne in salvo altri. Perché, stando alla metafora dello spettacolo di cui si parlava in principio, questa città è in pieno naufragio e la cultura può essere un approdo o quanto meno un volto divino a cui chiedere salvezza (matri mia, salvezza prendimi l’anima). Salvezza terrena nel nostro laico caso.

Se indico quel bigliettaio lo faccio per semplificazione, in lui indico tutti coloro che non accettano e non accetteranno un nuovo modo di fare cultura a Siena, gli stessi che oggi ostacolano in ogni modo che questa città diventi inclusiva. Sono coloro infatti che stanno alle porte e decidono se far entrare o meno ciò che proponi, ciò che vorresti vedere o ciò a cui vorresti partecipare. A Siena si guarda, non si produce. Quel bigliettaio è il prodotto di chi ha permesso a questa città di non guardare oltre, di chi ha annichilito con sufficienza ogni proposta altra, di chi non ci ha voluto far crescere e che ora vede la corsa per il 2019 solo come un “gallina dalle uova d’oro” e che ha applaudito il Governatore Rossi che garantisce aiuti economici anche se le cose dovessero andare male: così i soldi ci saranno lo stesso, ma la cosa ce la gestiremo in famiglia. No, l’obiettivo della Cec 2019 è invece l’opposto e per questo le maggiori difficoltà le troveremo da noi, nel nostro interno, e non probabilmente fuori da queste mura. Siena deve produrre e deve proporre, le nostre strade si devono riempire ogni giorno, gli spazi pubblici devono essere vissuti con proposte culturali adeguate e non soltanto da chi ne detiene un diritto solo perché consolidato nei secoli. Insomma, e son pronto a prendermi le ire del mondo, occupare una piazza o una via per motivi palieschi si dà per scontato richiederla per un confronto con una disciplina artistica che potrebbe aprirci un po’ gli occhi è invece ostacolato da chi vorrebbe una città immobile. O che si risveglia due volte l’anno.

Io non voglio darmi per vinto, sono convinto ancora che Siena possa proporre e proporsi con un ruolo di guida e avanguardia per tutto quello che ci succede attorno, appena fuori le mura. Possiamo esserlo ma dobbiamo cambiare, dobbiamo davvero essere inclusivi, aperti: vedere nell’altro un’esperienza in più, anche nel turista che costringiamo ad un giro standardizzato delle nostre vie vendendogli una bottiglietta d’acqua al peso dell’oro per poi lamentarci che “non spendono”. La sfida è vicina al momento finale e la città ha mostrato una unità teorica pochi giorni fa, insospettabile, attraverso la firma congiunta di un documento politico dei capigruppo in consiglio comunale, questo è già un piccolo importante passo. Ma adesso è necessario che questa unità diventi anche pratica, pratica quotidiana che permetta davvero di pensare oltre il 17 ottobre, che renda ridicoli coloro che guardano a questa sfida con odio veemente: le carte per terra ci saranno anche se saremo Capitale Mondiale della Cultura in Eterno, ve lo garantisco. La nostra sfida è un’altra: ci va bene anche una città più sporca o con una rotonda di accesso senza senso purché poi qua dentro si viva guardando fuori ed accogliendo e sostenendo idee, progetti, percorsi, visioni, azzardi con potenzialità universali. Vogliamo che la cultura sia professionalizzante e fatta da professionisti, quindi sostenuta e incoraggiata, che il pubblico potenziale sia l’intera città e non le sue nicchie sempre più risicate, che si rispettino gli artisti e gli operatori a patto che questi non si piangano addosso, che si premi la competenza, l’affidabilità e la capacità oltre naturalmente il progetto artistico e personale dei singoli. Questa sarà una città capitale europea della cultura, non quella con le rotonde perfette e tanti soldi piovuti dall’alto che fanno starnazzare le galline ingorde.

 

Giuseppe Gori Savellini

 

ps- Non so se si è capito. Questo era un endorsement chiaro alla candidatura. Non significa che le cose fino ad oggi siano andate bene, affatto. Tanti momenti di questo lungo percorso non li ho approvati e continuo a non approvare scelte anche recenti. Ma questo significa dialettica. Posso non approvare alcuni strumenti ed azioni ma ritenermi perfettamente in linea col progetto e soprattutto con l’obiettivo.

La foto di Carlo Pennatini è stata scattata sulle scale del Battistero sabato 20 settembre. Descrive un momento dello spettacolo “Santissima dei naufragati” di e con Paola Vezzosi

 

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