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Idee, Siena2019

La bellezza (non) ci salverà

12 Ott , 2014  

Una tiepida domenica di ottobre che non si arrende all’arrivo dell’inverno e ci permette di girare ancora in maglietta e sandali. Mi concedo una camminata cittadina, ammiro dal basso chi ha scelto il Facciatone per affacciarsi su una Siena che riposa e che concede sotto il sole il meglio di sé. Brulicano lassù, piccoli come formiche, i visitatori che si moltiplicano nelle strade, siedono ai tavolini dei bar e dei ristoranti, si godono Piazza del Campo. I mesi di settembre e ottobre sono quelli di maggior richiamo, mi ha detto un’amica guida turistica; e lo confermano colleghi che hanno dovuto fermarsi qui per lavoro, pochi giorni fa, e hanno faticato a trovare una stanza in albergo, con i motori di prenotazione on line che davano il 70 per cento della capacità ricettiva già occupato.

Come è bella questa città viene da dire, ripetendo all’infinito i commenti stupiti dei turisti che indugiano all’inizio della Costarella. Come è bella, sì, devono aver pensato anche i giurati internazionali che giovedì – sotto un cielo azzurro altrettanto magnanimo – la hanno percorsa e osservata e ascoltata nelle parole di chi ha cercato di convincerli che sarebbe proprio questa la migliore capitale europea della cultura 2019.
È proprio questo che spaventa Pierluigi Sacco e gli altri della candidatura: la bellezza.
Un patrimonio magnifico e – per la maggior parte – finemente conservato e restaurato, quando la Fondazione Mps ci permetteva di essere non solo autosufficienti al limite dell’autarchia, ma anche culturalmente fieri al limite dello snobismo. Una città ‘cartolina’ che regala ai visitatori un centro storico impeccabile e curato, una qualità della vita impregnata di benessere, di visioni fantastiche, di bellezze mozzafiato, di sapori inconfondibili.
È proprio questo, dunque, che spaventa: che agli occhi esterni (non solo dei giurati internazionali) questa città abbia tutto quello che le serve per ripartire, per vivere, per splendere senza necessitare del titolo di capitale europea della cultura, che è un volano di sviluppo economico indiscusso ma che – secondo certe ottiche – qui potrebbe sembrare superfluo. Addirittura ‘sprecato‘.

“Abbiamo raccontato nel nostro dossier una città in crisi, piegata e ferita dai disastri della finanza e della malagestione, intenzionata a rinascere grazie alla cultura, ma chi arriva si trova immerso in un posto splendido che non ricorda nemmeno da lontano le città da ricostruire”. Ecco il timore, nelle dichiarazioni fuori onda di chi si è occupato della candidatura.
Tutto vero. Vere entrambe le posizioni. Vero che la città sia ferita e piegata. Vero altrettanto che abbia in sé gli anticorpi per ripartire.

Ad occhi meno abbagliati dalla bellezza, appare un luogo conservato sì come una cartolina ma che proprio per questo rischia di tramutarsi in una piccola Disneyland medievale. L’Ateneo non è più quella piccola Cambridge che era stata disegnata qualche anno fa, la Fondazione Mps non è più il bancomat paterno che tutto permette e tutto realizza, la grande Banca fatica e – a scapito del suo nome e della Rocca che ora si apre al pubblico, tentando di accogliere la città per cancellare via il proprio aspetto austero – ha sempre meno legami con Siena.
La bellezza ci salverà, viene da dire.

Ma la bellezza è un dono. È qualcosa che ci siamo ritrovati tra le mani senza sforzo e senza meritarlo. È il frutto di chi ci è stato prima di noi, il risultato strabiliante di chi ha saputo progettare, immaginare, realizzare, innovare, conservare. Rischiare. Anche Duccio di Buoninsegna è stato un artista contemporaneo. Che significa? Che per crescere non si può essere miopi né guardare solo indietro. Non bisogna soltanto ‘conservare’ ma bisogna immaginare quello che ancora non esiste. Se i senesi non fossero stati un popolo visionario ai limiti del superomismo, quel Facciatone da cui i turisti strabiliano non esisterebbe.

Venerdì sapremo se Siena sarà riuscita a diventare capitale europea della cultura 2019. Il dossier senese piace e convince, le tenute economico-finanziarie sono solide, i partner internazionali prestigiosi abbastanza da illuminare con la loro luce il nostro progetto. Ma questo non conta più. Adesso conta capire quale sia la strategia decisa dall’Europa: usare la Capitale in un’ottica sussidiaria, per iniettare fiducia e denaro sonante in un luogo che ha ‘poco’ e che deve crescere molto; oppure usarla in un’ottica strategica, per mutare le strategie di utilizzo e valorizzazione del patrimonio grazie al lavoro di una città che ha tutto ma che deve modificare l’approccio, diventando poi apripista di un nuovo percorso culturale.
Questo non dipende più da noi.
Quello che dipende da noi è cosa accadrà dal 18 ottobre in poi.
Se (come si augura qualche miope autolesionista) la capitale della cultura sarà un’altra, dovremo capire alla svelta come utilizzare il buono che abbiamo costruito in questi tre anni di progettualità. Perché la bellezza, da sola, non basta. Narciso, alla fine, affogò.

Giulia Maestrini

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