valle

Idee, Libri

La cartolina di un mondo senza progresso

20 Apr , 2016  

Quando Gianni Brera veniva a Siena andava all’Enoteca Italiana, lì stappavano vini per lui e discutevano sul futuro della campagna e delle coltivazioni vinicole. Quando Luigi Veronelli veniva a Siena andava a rifugiarsi dai contadini del Chianti e vedeva la realtà della campagna e delle coltivazioni. Questo ho pensato leggendo il libro “Nella valle senza nome” di Antonio Leotti, che racconta una piccola storia di un agricoltore contemporaneo, non un contadino perché come dice l’autore non esistono più i contadini per fortuna, che morivano giovani e stanchi. Non che Brera sbagliasse o Veronelli facesse bene o viceversa: erano due modi diversi di affrontare comunque con serietà un tema. In “Nella valle senza nome” si distinguono nettamente (e più che ai tempi di Brera e di Veronelli) istituzioni che si occupano di produzione agricola e di paesaggio ed operatori, agricoltori, direttamente interessati al lavoro quotidiano nei campi e nei boschi. La valle senza nome è la valle sotto il Cetona, che unisce la val d’Orcia e la val di Chiana che un nome ce l’hanno, e l’autore è uno dei più acuti sceneggiatori italiani (chi ha amato la trasposizione cinematografica de Il partigiano Johnny – come me – lo deve a lui); il libro ci parla della realtà nelle nostre campagne, della necessità di rinnovare il lavoro nei campi senza farne assolutamente una nostalgica cartolina. E lo fa anche andandoci pesante con il potere istituzionale della nostra provincia, la provincia senese, e della regione toscana.

Leotti ci racconta degli agricoltori, i nipoti di quelli che ospitavano “Gino” Veronelli, le istituzioni raccontano il mondo dei contadini, di un mondo perduto che non esiste più, di una cartolina immobilizzata che non è mai esistita. Perché si faceva fatica nei campi, perché la vita non era bella e non profumava di lavanda e violette. Perché la “Toscana Felix” è un’invenzione fondata su un paesaggio innaturale. Quel paesaggio che vogliamo e dobbiamo tutelare è un paesaggio costruito dal lavoro e piegato al lavoro stesso. I muri a secco non sono cresciuti come i boschi, qualcuno li ha costruiti e lo ha fatto con scopo pratico non estetico. Gli ulivi e le vigne a giro poggio, sono state impiantate e sostituite negli anni. Nulla è naturale. Cristallizzare oggi quel mondo significa rendere naturale qualcosa che è artificiale, senza rendersi conto della funzione che questo mondo ha. Questo ragionamento vale per la campagna della Valle senza nome come vale per le nostre città: il passo tra la cartolina cristallizzata e la cosiddetta disneyzzazione dei centri storici è breve, anzi brevissimo. Abbiamo cominciato con omologare i nostri borghi e le nostre città, renderle tutte uguali e con uguali negozi e con gli stessi turisti frettolosi. Adesso stiamo facendo lo stesso errore con la campagna, con i paesaggi, svuotandoli di attività reali e creando un mondo di cartapesta, attraverso regolamentazioni insensate e soprattutto attraverso la mancanza di volontà a prendere decisioni impopolari da parte di politici e amministratori: delegando, aspettando, creando finti processi di partecipazione dove le parole dei tecnici valgono quanto quelle di un comitato autocostituitosi (ci racconta Leotti).

Il libro ha degli eccessi, alcune banalizzazioni politiche forse, ma è fondamentale per la visione di progressismo necessario che ci dà. Leotti infatti si scaglia contro tutto ciò che è restaurazione di qualcosa di fantastico, nostalgico e ancor più immaginifico. Grottescamente (e giocando scorrettissimo) mette in relazione gli slogan di una sezione romana del Msi degli anni Settanta con quelli degli ambientalisti disinformati o peggio ancora con l’immaginario bucolico dei politici locali del Pd e dello stesso Pit regionale. Perché anche il Pit è uno dei nemici del protagonista: un Piano che secondo lui tende ad amministrare un paesaggio svuotato, un paesaggio appunto, da ammirare e consumare, non un luogo di produzione, di vita quotidiana e di fatica.

Questo è il problema generale della nostra provincia: chi ha un’idea di sviluppo raramente ha un’idea progressista. Lo sviluppo delle nostre terre oggi passa solamente dal turismo, dall’evento che ricostruisca un passato ipotizzato, lo sviluppo passa attraverso il marketing del territorio e quando questo entra in conflitto con le attività vitali e produttive, le attività vitali e produttive devono abdicare. Vale per la provincia come vale per la città. Il partito progressista del Novecento – ci sussurra Leotti – è diventato da noi il partito della nostalgia e dello status quo. Certo, l’operazione di questo libro potrebbe essere metaforica: il partito rivoluzionario qua è sempre stato di governo e quindi sta a lui il mantenimento del passato, della vita rurale. Ma questa non esiste più: oggi – ci dice  l’autore – ci sono gli agricoltori e non i contadini, ci sono i trattori, le macchine e le trafile burocratiche.

L’ironia nel libro di Leotti serpeggia, ma lascia spesso il posto ad all’amarezza, lo stile autobiografico è uno strumento per parlare di progresso e sviluppare teorie sulla vita in campagna, oggi. Il sottotitolo vuole farci credere che sia una storia tragicomica, ma non è così. Le similitudini – se non altro geografiche (ma anche genealogiche come scopriamo) – con “Come ho perso la guerra” di Filippo Bologna – quello sì tragicomico – appaiono inizialmente, ma qua l’autore ci porta su un’altra strada: non c’è epica, non c’è satira, il grottesco è presto dimenticato, questo è un libro politico.

 

Giuseppe Gori Savellini

 

ps- questo perché la nuova Bombacarta ogni tanto vuole anche uscire dalla cronaca amara e quotidiana e crediamo che anche attraverso i libri si possano innescare approfondimenti e discussioni costruttive.

ps2 – mi piace aver aperto l’articolo ricordando Brera e soprattutto Veronelli, mai troppo celebrato quest’ultimo, eppure personalità di primo piano del nostro Novecento: sempre dentro una nuova battaglia per far crescere le produzioni agricole del nostro Paese, sempre dalla parte dei piccoli e della qualità. Anarchico che avrebbe voluto un mondo migliore ed un vino genuino. Sulla sua ultima battaglia, le De.Co, è calato il silenzio ma sarebbe un argomento da riprendere oggi che si parla troppo e in modo vuoto di filiera corta, di prodotti tipici e di slowfood.

 

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