IMG_20150124_170849948

Arte, Cinema, Danza, Idee, Musica, Teatro

La distruzione sistematica del nostro futuro

30 Gen , 2015  

ovvero riflessioni in ordine sparso sulla formazione verso il contemporaneo

Spesso in queste righe abbiamo parlato di formazione del pubblico, della necessità di creare una conoscenza tale da permettere la creazione di un gusto personale. Questo compito a chi spetta? Agli artisti? Agli operatori? Alle politiche culturali di un Paese? O di una città?

Innanzitutto è un ruolo che spetterebbe all’Istruzione, quindi al mondo della formazione primaria e secondaria, alle scuole. Quindi alle politiche culturali di un Paese. Se questo non avviene, la necessità sarà quella di un ruolo supplente: quindi le politiche culturali di un’area più ristretta.

Ma cosa intendo io per “formazione del pubblico”? Intendo non un indottrinamento né imporre un gusto o una conoscenza ma dare gli strumenti, tutti gli strumenti, per comprendere e per formare un gusto personale. Per far questo però non devo tralasciare nulla e molto spesso la scuola cerca di formare un gusto ma è un gusto che si ferma al classico, che storicamente non supera il Novecento. In pittura si arriva a parlare di futurismo come ultima avanguardia, in musica raramente si arriva al jazz, la scultura si ferma a Canova. La danza? Il balletto classico. Del teatro non se ne parla, si accenna agli autori ma mai alle messe in scena. Il cinema nella scuola dell’obbligo semplicemente non esiste. Il ruolo di supplente delle politiche culturali locali si  limita troppo spesso ad una stagione teatrale, alcuni concerti. Parlo in senso generale adesso, non mi riferisco alla realtà senese specificatamente. Ma una stagione teatrale mi racconterà per forza di cosa sia l’attuale, non si studieranno le messe in scena di un testo dal punto di vista storico e soprattutto ci saranno quegli autori che già hanno raggiunto una fetta di pubblico. Lo stesso vale per la musica. Il cinema è demandato agli esercenti privati, sempre meno si parla di cineteche, rassegne tematiche, monografie autoriali. Solo premi, festival con beniamini di uno specifico pubblico. Ma non si fa conoscenza, non si fa formazione. Mai.

In tutto questo, ed ancor più nelle arti figurative e plastiche, è chiaro che il “contemporaneo” sia sacrificato, relegato ad argomento per pochi conoscitori, veri o presunti.

Quante volte ci capita di sentir dire: “io l’arte contemporanea non la capisco”. Cosa che in genere anticipa un: non mi piace. Ed è vero: l’arte contemporanea non può piacere se non la si conosce. E con arte contemporanea intendo adesso “il contemporaneo” in ogni disciplina che sia arte, danza, musica, cinema, teatro. Se non si danno strumenti di comprensione non si potrà mai capire e quindi apprezzare alcunché.

L’Italia sembra non avere futuro, diceva Mark Twain intendendo che abbiamo “il fatal dono della bellezza” e che su questa ci adagiamo, guardando il nostro passato e quanto i nostri antenati ci hanno lasciato e noi siamo riusciti a non distruggere del tutto. Ed ancora non abbiamo fatto tesoro di questa sua solitaria esortazione: rincorrere la nostra coda non ci porta da nessuna parte, riconoscere il bello non significa necessariamente esserne depositari. Ci sono discipline che hanno bisogno di conoscenza innanzitutto e di applicazione. Il contemporaneo ha bisogno di applicazione, ha bisogno di utilizzare il cervello e non soltanto gli occhi. E poi c’è bisogno di studio: io ho sempre detto che è più difficile essere pubblico che artista, perché il pubblico non può non studiare in quanto la funzione che si dà è quella di migliorarsi. Anche Bernini è stato un contemporaneo, si dice sempre, e sono sicuro che anche a lui in molti si saranno rivolti con distacco: non capisco tutto questo movimento! Non mi piace! Coccolandosi nell’idea dell’arte gotica. Un paese proveniente dai fondi oro avrà mal compreso Caravaggio! Eppure oggi ci siamo scordati che l’arte ha bisogno di questi passaggi ed ha bisogno di un pubblico che la sappia comprendere e per farlo è necessario imporre il contemporaneo. Rossellini ha fatto una rivoluzione nel cinema che in Italia nessuno ha compreso; il suo capolavoro “Viaggio in Italia” è stato deriso e presto dimenticato; ce lo hanno spiegato i giovani critici della nouvelle vague francese che non avevamo capito niente e che i capolavori del neorealismo rosselliniano era perfettamente legati alle sue opere successive, ma noi – duri – non lo capivamo perché non abbiamo mai avuto una formazione cinematografica. Solo mode, venti, onde.

Da noi, a Siena, viviamo nello stesso problema nazionale, solo che anche il ruolo di supplente delle politiche cultrali locali latita, e latita soprattutto nel contemporaneo. Abbiamo parlato della Goccia – The Drop – di Tony Cragg che è ricordata solo dai cani e dai “graffitari” che la usano per fini similari. Abbiamo parlato della danza contemporanea contrapposta alla classica, dove la prima fa il teatro vuoto e la seconda pieno proprio perché è il classico che conosciamo e che ci rassicura nelle nostre conoscenze.

Un esempio l’ho vissuto una settimana fa: Unicoop Firenze ha organizzato “Cooncertiamo”, eventi culturali nei supermercati coop. Si va dalla lettura di libri, al concerto musicale, in genere cose rassicuranti nella nostra conoscenza. Qualcuno ha avuto coraggio portando la danza contemporanea. Mi sono ritrovato a seguire “Revolution – la rivoluzione del corpo”, una performance in solo di Francesca Lettieri su musiche di Bach, nel reparto frutta della Coop di Colle di Val d’Elsa. Certo io c’ero andato per quello, sapevo cosa trovavo (e Francesca questo spettacolo lo ha proposto nei mesi scorsi in un festival outdoor messicano anche dentro le stazioni della metropolitana di Città del Messico) ma tanti altri no, si sono trovati disorientati, persi, preoccupati anche, come sempre accade quando qualcosa di “anomalo” irrompe nella nostra quotidianità. Qualcuno si sarà anche infastidito, ma tutti hanno compreso il gesto di Francesca Lettieri, il suo muoversi in quello spazio che era diventato, per dieci minuti, perfettamente adatto al suo spettacolo. Ed il suo corpo in moto dialogava col loro pietrificato. Io mi domandavo: ma servirà tutto questo? Non sarà inutile? E la risposta è chiara adesso: non serve se gesto isolato, ma se qualcuno si prende la briga di imporre il contemporaneo noi dobbiamo sostenerlo e fare in modo che tutto questo si ripeta mille volte, che tutto questo diventi finalmente quotidiano nelle nostre vite. Solo allora avremo assolto, supplenti o meno, al ruolo di formatori di un pubblico in grado di comprendere e scegliere.

Giuseppe

 

  • Share on Tumblr
Condividi su:


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *