fortezza_poggibonsi

Idee, Santa Maria

Patrimoni tramandati e recuperi promessi

4 Giu , 2015  

Parliamo di bene pubblico e di bene culturale, di bene architettonico ed archeologico. Parliamo di patrimonio di tutti noi che ci proviene dal passato e nel corso del tempo è stato conservato e valorizzato. Parliamone in termini chiari partendo da quello che dice la Costituzione: è la Repubblica italiana (fiaccamente celebrata pochi giorni fa) che tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico del nostro Paese. La Repubblica, quindi tutti noi, quindi il pubblico. Partendo da questo principio fondamentale poi si possono declinare azioni e co-azioni.

Pensiamo quindi ad un grande complesso monumentale e bene archeologico, in parte recuperato ed in parte ancora da ristrutturare, restaurare ed anche scoprire, perché l’accumulo dei secoli ha reso nascoste tante sue parti, senza dubbio inutilizzate. Adesso poi immaginiamo un’amministrazione che è stata capace, in rete con altre realtà pubbliche e private con funzione mecenatesca, di attrarre le risorse necessarie per recuperare tutta questa parte, enorme e complessa, che aveva bisogno di restauri accurati e senza dubbio costosi. Avremo così un bene archeologico di nuovo fruibile, di nuovo aperto ed una vera e propria scuola per riconoscere le architetture che si sono stratificate, le epoche, gli stili ed i percorsi interni a questa grande realtà archeologica e storica.

Ecco, lo so quello che pensate, lo so perché vi ci ho portato io, coscientemente (o almeno ci ho provato). Ma non parlo del Santa Maria della Scala e delle speranze che abbiamo in questo senso. Parlo del Parco Archeologico e della Fortezza Medicea di Poggibonsi. Tutta la fortificazione progettata da Giuliano da Sangallo è infatti in questi ultimi anni al centro di un attento lavoro di recupero (il Cassero, l’archeodromo, il parco archeologico) e sabato 6 giugno, dopodomani, verrà inaugurata una parte di questi restauri: un chilometro e mezzo di camminamenti sopra le mura e naturalmente il restauro delle mura di difesa stesse, comprese dei bastioni e degli ambienti interni. Un lavoro enorme, un recupero però indispensabile affinché non andasse persa una testimonianza fondamentale del passato della città valdelsana e di tutto quel territorio di confine. Da quando questi lavori sono iniziati (a partire quindi dal recupero del Cassero) si sono succedute amministrazioni, sindaci diversi e tecnici via via nuovi ma il progetto non si è mai fermato né è stato ripensato ed oggi il giovane sindaco Bussagli può mostrarsi legittimamente orgoglioso della propria amministrazione ad un anno dalla propria elezione.

A Siena tutto questo è impossibile. A giorni dovremmo conoscere i risultati del famoso studio di fattibilità sul Santa Maria della Scala del quale è stata incaricata una società legata alla Fondazione Mps; in attesa di sapere ci auguriamo davvero che anche da noi si abbia chiaro il significato di patrimonio pubblico e di bene culturale (non sempre indicato in questi termini per esempio nelle gare per affidare i servizi museali del Santa Maria), ma anche la specificità di quel luogo che non è un contenitore astratto, non è una volume da riempire e non è “solo” reperto archeologico e neppure “solo” museo. Il Santa Maria è tutto questo e qualcosa in più, è il caso chiaro dove la somma dei singoli elementi dà un risultato maggiore rispetto al loro insieme non sistemico. Fare del Santa Maria solo un museo sarà il fallimento della città, farne un contenitore disattento aperto a tutto e tutti sarà la pietra tombale della conservazione e valorizzazione a cui la Repubblica ci obbliga. Non è facile certo destreggiarsi in questo spazio, se lo fosse stato avremmo risolto il tutto da venti anni, quattro sindaci fa. Ma amministrare questa città significa anche prendere decisioni sensate e lungimiranti per il Santa Maria della Scala e per gli spazi di produzione culturale cittadina. A questo oggi sono chiamati il sindaco Valentini, l’assessore Vedovelli (che apre la discussione ai tavoli tematici residui dagli Stati generali) e le strutture interne ed esterne al Comune che si occupano dell’ex Spedale.

Noi cittadini non siamo più tanto ottimisti, è inutile negarlo, e cominciamo a guardare i risultati ottenuti dai nosti vicini poggibonsesi come un fallimento nostro. Quelle sono mura medicee, non c’è credo un progetto culturale che vada oltre il parco archeologico e, quindi, la didattica specifica appunto archeologica e storica (e sia chiaro, non è poco per nulla…). Il Santa Maria, invece, abbiamo sostenuto da sempre che abbia una vocazione di produzione e progettualità anche nel contemporaneo e su questo dobbiamo farci sentire e continuare a sostenere quello che abbiamo sempre sostenuto, non solo noi ma anche gli amministratori che negli anni si sono succeduti: il Santa Maria come luogo vivo di produzione, confronto e fruizione culturale. Continuiamo così, non facciamoci del male…

Giuseppe Gori Savellini

ps- sulle fiacche celebrazioni del 2 giugno a livello nazionale e locale mi chiedo: la data rappresenta il giorno in cui i cittadini hanno deciso con referendum la forma costituzionale da dare al Paese: monarchia o repubblica. I cittadini con un voto, non militari in armi. Quindi perché farla diventare data di parate militari, di giacche mimetiche o di glorificazione di gesta di eserciti e carabinieri?

La foto è tratta dalla pagina facebook del sindaco David Bussagli, che – come si dice sempre – non ce ne vorrà

 

  • Share on Tumblr
Condividi su:


2 Responses

  1. David Taddei scrive:

    Quanto fatto a Poggibonsi è il risultato di una progettualità condivisa fra istituzioni e associazioni, partecipata dai cittadini, caparbiamente sospinta da un manipolo di archeologi competenti e coraggiosi. Insomma tutti dalla stessa parte, sia per cercare i fondi sia per decidere cosa fare. Un modello impossibile per la Siena di ieri e di oggi. Speriamo nel domani.

  2. christian scrive:

    Il Sanata Maria della Scala è un ex ospedale e continua ad esserlo. La differenza tra il prima e l’adesso, è che questo luogo aveva una missione (mission), ben precisa: curare le persone, alleviare le sofferenze, fare ricerca clinica. Oggi questo luogo non ha una missione ed è per questo che viene sottratto alla categoria dei beni comuni o patrimonio comune. Ha perso la sua connotazione “comune” (commons?), perdendo la sua funzione comune è divenuto luogo di infiniti studi, ricerche, progetti, desideri, proiezioni interiori.
    Al di là dello studio di fattibilità che è una ottima cosa, le domande sono: che cosa è questo spazio? Cosa deve fare? Cosa deve insegnare e trasmettere? A chi serve? Di chi è: nostro, del Comune, della collettività, dell’umanità?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *