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Idee, Musica, Scenario

Principia il ricreativo

13 Apr , 2016  

E allora affrontiamola questa benedetta differenza tra ciò che è aggregativo e di intrattenimento e ciò che invece è specificatamente culturale. Il problema non è di così scontata soluzione come si possa pensare e riguarda non soltanto Siena, ma in generale il nostro Paese. Diamo infatti troppo spesso per scontata la definizione di “cultura” e tutto diventa culturale purché si occupi di una disciplina che afferisce al mondo ampio e indefinibile delle scienze umane. Qualsiasi libro è cultura, leggere è consumo culturale. Qualsiasi film è cultura, il cinema è industria culturale. La musica è cultura, qualsiasi concerto eleva culturalmente la nostra mente. Le mostre sono eventi culturali, non soltanto eventi o eventi di richiamo turistico. Oh, ero sarcastico, naturalmente le cose non stanno così.

Livellare tutto in alto o in basso significa omologare e soprattutto non individuare regole e possibilità normative perfettamente in linea con l’oggetto. A Siena abbiamo vissuto la scorsa settimana il caso di “Un Tubo”, locale cittadino vocato alla musica dal vivo anche in virtù del collegamento diretto con Siena Jazz che, per mancanza di regolamentazione specifica, ha chiuso la propria programmazione. La vecchia normativa, in corso, prevede un massimo di quattro serate di musica dal vivo per locale. Ma, come ha giustamente fatto notare in un commento Stefano Jacoviello, “il regolamento comunale riguarda gli esercenti che contemplano l’allietamento musicale durante la somministrazione di bevande. Nel caso di Un Tubo l’ordine degli addendi è diverso, e il risultato cambia non indifferentemente: l’allietamento è del gargarozzo mentre la vera attività – AD ACCESSO GRATUITO – è di promozione della cultura musicale, da una parte ospitando e offrendo il lavoro di musicisti di livello internazionale, dall’altra offrendo un luogo di aggregazione e confronto artistico e culturale ai migliori allievi di musica del Paese”.

Praticamente dobbiamo mettere su due livelli le due legittime finalità di intrattenimento e di offerta culturale: ci son casi in cui l’offerta culturale è primaria (anche se organizzata da privati) ed altri in cui l’offerta musicale è a corredo dell’attività commerciale. Sia chiaro, quei ristoratori che decidono quattro volte al mese di fare musica dal vivo e magari si imbattono in mille complicazioni artistiche, burocratiche e promozionali per farlo, sono dei benefattori ma a loro la regolamentazione in uso è sufficiente, anzi pare fatta per loro. Ma coloro i quali hanno come principale attività quella di offrire un’alta proposta musicale – come nel caso del Tubo – si troveranno sempre contro la legge. Almeno fino a quando non ci saranno leggi adeguate.

Il caso del Tubo poi è esemplare, suo malgrado, anche per altro. Nelle prese di posizione successive alla chiusura abbiamo assistito a situazioni davvero comiche che hanno messo in luce proprio la netta incomprensione tra ricreativo e culturale (mi sia concessa la nostalgica citazione): si è messo in relazione il relativo rumore che gli avventori del Tubo potevano fare, arrecando certamente disturbo ai contermini, con la movida di via Pantaneto (che già detta così fa ridere, ma tant’è). Il degrado che in alcune vie in ore notturne si crea (e che Giulia racconta nel suo pezzo) è innegabile ma nulla ha a che vedere con la chiusura del Tubo e con le problematiche che può aver fatto emergere. Mettere assieme le due questioni dimostra malafede o palese ignoranza. Io propendo per la prima perché ho – ancora – troppa stima dei miei concittadini. Non si possono infatti mettere in relazione problematiche che stanno su livelli diversi, almeno tre livelli: ordine pubblico, buonsenso dei cittadini, normativa comunale insufficiente. Il Tubo non ha chiuso perché faceva musica dopo l’orario e neppure per gli schiamazzi notturni (cosa che invece ha portato alla chiusura per alcuni giorni di un altro locale, un locale che non fa musica dal vivo generalmente), ha chiuso perché aveva un programma artistico con un’offerta ampia, ben oltre le quattro serate al mese. Chi saluta con favore (e sui giornali è comparso anche questo) la chiusura del Tubo dicendo che almeno la notte dormirà non ci ha capito niente. Gli orari del Tubo non erano orari da movida catalana, gli avventori del Tubo non usavano i portoni come latrine, al limite qualcuno si attardava fino ad una certa ora sotto l’arco a parlare, disturbando certo tre famiglie. Che hanno il diritto di dormire, ma una città non può essere ostaggio di tre famiglie. Soprattutto quando invece non facciamo niente per risolvere i veri problemi. Perché quello che dice “finalmente dormo” si sarà accorto già sabato scorso che nella sua vita è cambiato poco o nulla.

Mentre a noi manca un luogo dove non si faccia solo aggregazione, ma proposta musicale alta. Dove posso incrociare persone interessanti che non sono lì per mangiare un calzoncino fritto con sottofondo musicale, ma per sentire musica mangiando un calzoncino fritto.

Questa città, ammettiamolo e ripetiamolo, non ha proprio capito ciò che è ricreazione e ciò che è programma culturale. L’amministrazione abdica alla programmazione per i propri cittadini in favore solo di eventi di, eventuale, richiamo turistico (legittimo e sacrosanto, ma non mi basta) i privati sono costretti a farlo per cinica cecità amministrativa. Il valore aggiunto di vivere a Siena dovrebbe essere proprio il respiro che la città ci dà, da noi invece il valore aggiunto che cerchiamo è quello di far venire un turista (possibilmente danaroso) e tenercelo per due giorni; non facciamo nulla per portare le persone a viverci, né per tenerci chi già ci vive. “Se non vi sta bene che si chiudano i locali tornatevene a casa vostra”, hanno scritto su Facebook le menti sopraffine. Ecco questa è casa mia, la città è di tutti oppure non è di nessuno, non si rendono conto che così facendo la città muore e sarà soltanto dei turisti che la visiteranno diurna e svuotata, i paladini del “padroni a casa nostra” non si rendono conto che sono i primi ad uccidere la loro e la nostra città.

Giuseppe Gori Savellini

Ps – In chiusura passiamoli in rassegna i luoghi che son rimasti e che fanno musica dal vivo, poi starà a noi capire se sentiremo mancanza del Tubo e se son tutti sulla stessa lunghezza d’onda. La birreria La Diana, Cacio e Pere, Il Cambio, Il Cavaliere Errante, lo Skilè (che ha appena cambiato gestione). Altro?

Se non possiamo usare i vicoli useremo i tetti, secondo l’uso che ci indicò anni fa 007 di passaggio in città (la foto è presa da internet). Dove “007 Quantum of solace” è industria cinematografica, ma non è necessariamente cultura. 

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