Monnagnese

Idee, Reportage

Riflessioni a fine anno (scolastico)

1 Lug , 2014  

 …e una storia che non conclude

L’ora degli scrutini. I passi nella scuola suonano strani se non si incrociano ragazzi (“Vado in bagno”, “Ha da spicciarmi cinque euro per le macchinette?”, “C’è il prof tal dei tali?” “Mi aiuta con le fotocopie?” “C’è un dizionario di…?” “Come sta, prof?”…).

L’ora degli scrutini e l’ora delle riflessioni. Che si fanno guardando una crepa nel muro, affacciandosi ad ammirare il rincorrersi di tetti, di case, giù giù fino alla campagna, e nel mezzo la Torre e la piazza, ma pure dietro la finestra che dà nella corte interna senza osare aprirla anche se è caldo perché lì è una foresta amazzonica di piante non ben specificate, sconosciute, con grosse foglie ad ombrello che crescono ogni anno con noi, puntuali come le rughe sulla faccia.

L’ora in cui tiri e allarghi e provi a valutare e valutarti: cosa è stato fatto di buono? E a parte gli esami a settembre, a parte i “Questo ragazzo premiamolo perché ha fatto tutto quello che poteva” e il conto dei crediti e la maturità che si avvicina (tutto detto e fatto con la mano sul cuore, pensandoci e ripensandoci), a parte tutto ciò, quest’anno viene voglia di farne un altro di bilancio.

 

Intermezzo

 

Pensino, signori, pensino, che c’era una volta in un magnifico edificio proprio nel cuore di un’antica e incantevole città una benefattrice che accoglieva gli altri e si impegnava per loro. Quello era un luogo di assistenza e educazione. Più tardi nel magnifico edificio suddetto nacque una scuola a tutti gli effetti, con tanto di biblioteca, aule, e in più con il privilegio della convivenza con la storia e con l’arte. Ma facciamola breve. La scuola cresce, poi ha una fase di stallo. A volte succede.

Qualcuno decide che la sede non è più quella giusta. Per carità, è vero che le scale sono strette, è vero che le uscite sono solo due, sono vere tante cose… “Spostiamola, c’è un edificio nuovo appena fuori le mura, nuovo nuovo…e da rifare…Quanti siete? Quante classi? Ah dieci. Perfetto, per dieci classi lavoreremo”. Ma le cose cambiano. I lavori sono lenti. L’anima della benefattrice fa in tempo a rigirarsi una quantità di volte nella tomba, mentre le iscrizioni ricominciano a crescere, e a crescere in maniera straordinaria: la scuola è vivace ad onta delle crepe, perché l’ambiente lo fanno i ragazzi, le storie, i progetti, il lavoro, le emozioni. Insomma a contare le persone (e tutto quello che queste creano) nella nuova sede non ci si entrerebbe più, neppure a starci accalcati, accalcatissimi. Passano gli anni. “L’anno prossimo andrete nella nuova sede in via…” “Ma quale nuova sede”, si domandano con faccia perplessa i docenti, gli alunni, la Preside (ormai non c’è più la rettrice), “lì non è niente pronto e poi non ci entriamo, non ci si sta”. “Soltanto una parte di voi ci andrà, probabilmente. Gli altri andranno in… Da qualche parte andranno. Temporaneamente”. “Ma come sarebbe? Smembrare una scuola così, senza né mah, né bah. E che ci azzecca? E poi temporaneamente che significa? Fino a quando? Per poi andare dove?” Nessuno risponde. I ministri c’hanno le idee confuse, come a volte succede quando non ci si confronta con chiarezza sulle cose. I ragazzi da lì devono sloggiare, perché l’edificio – quello bello, pure se vecchio, nel cuore della città incantevole – il ministro che si occupa delle case, delle cose, ha intenzione di venderlo. Il ministro, l’altro, quello che si occupa delle scuole, dice: “Va bene, tanto c’è l’altro edificio nuovo nuovo (da rifare)”. Però non ha fatto bene i conti, o forse li ha fatti e basterebbe che dicesse al collega: “Guarda, qui le cose sono cambiate e mi serve più tempo, perché lì la scuola non c’entra più, e quindi troviamo un’altra soluzione, una cosa che vada bene a tutti”. Quando lo fa? Serve che professori e studenti si rimbocchino le maniche, che facciano delle domande precise precise, all’uno e all’altro ministro”. Poi niente. Ancora niente. Per quanto ne so, ci stanno ancora pensando. Il re ha detto che un ministro sarà licenziato a breve, perché i re al giorno d’oggi hanno da fare i conti con la crisi e fanno leggi nuove che prevedono dei licenziamenti. Resterà il primo, quello che voleva vendere l’edificio bello pure se vecchio, che per ora ha detto “Restate lì, ancora un anno, ancora due”. E poi? Cosa succederà poi alla scuola?

 

Fine dell’intermezzo

 

È ora di fare un bilancio di quanto si è fatto. Perché in effetti qualcosa, anzi più di qualcosa, si è fatto. I progetti, gli incontri, un concorso giornalistico, gli scambi con l’estero, l’orientamento, e che cosa è il lavoro, e arrabattarsi e provarle tutte perché si vada avanti, sempre avanti, a dispetto delle provette che mancano nel laboratorio e a dispetto della fatica e dei tagli, perché l’insegnamento non è solo entrare in classe, aprire il libro e spiegare da pagina tot a pagina tot, ma dare più stimoli che si può agli adolescenti. E la scuola la fanno loro, con le loro storie, con il loro mondo, con il loro modo di raccogliere e rilanciare, con gli entusiasmi. Con l’interesse. Perché non è mica vero quello che si dice spesso dei ragazzi di oggi che sono annoiati, che non partecipano, che non si impegnano.

 

La scuola dove lavoro da tre anni è il Monna Agnese di Siena. È una bella scuola, aperta, vivace, relativamente piccola, così che docenti e studenti stanno insieme come in una specie di famiglia. L’edificio è antico e suggestivo. Ha una storia di accoglienza e educazione. All’inizio mi ci perdevo, salvo trovare poi i miei punti di riferimento, le mie viste mozzafiato sulla città, riflettendo ogni volta sulla fortuna di essere in contatto con la bellezza e sulla fortuna che avevano pure i ragazzi a crescere nella bellezza. Perché la bellezza invoglia alle cose belle.

C’è una biblioteca nutrita e silenziosa, in cui riposano alcuni libri preziosi e raramente sfogliati, e lì c’è una finestrella segreta che si affaccia con curiosità nel Museo dell’Opera del Duomo, per spiare però giusto le teste dei turisti prossimi all’uscita. Ci sono quadri più o meno di pregio, senz’altro c’è il San Cristoforo del Beccafumi a vegliare sui nostri viaggi. C’è la memoria di chi tanto ha fatto e ha dato e che ora non c’è più.

 

È ora di fare un bilancio di quanto hanno fatto gli altri. Da più di dieci anni si parla di una nuova sede. L’edificio appartiene al Comune. La scuola è –ops, volevo dire “era” – di competenza della provincia. Da più di dieci anni Comune e provincia non trovano una soluzione. Lì la scuola non può più stare però non c’è un luogo adatto dove possa andare. L’impasse. Intanto scarsi sono gli interventi per sistemare gli spazi esistenti. Si estorce anno dopo anno, implorando, l’accesso ad una delle aule segrete, quelle con cartello in rosso “vietato l’accesso ai non addetti”, perché i ragazzi aumentano. A settembre, forse, dopo innumerevoli richieste, sarà salvato dalla polvere e dai ragni un altro bagno per i maschi (ad oggi ce n’è uno solo).

 

Non è una favola, e lascia l’amarezza in bocca pensare che in questi anni sia mancata la cura adeguata per una cosa bella così: per un edificio che ha una storia, sì, che attraverso i ragazzi ospita anche le famiglie e la città intera, ma per la scuola soprattutto, quel coacervo di progetti (di didattica e di vita) che con il territorio tentano di dialogare.

 Qualcuno ultimamente si è detto pronto all’impegno. Sarà vero questa volta? Restiamo in cammino, e in attesa. Che S. Cristoforo ci protegga (credenti e non).

 Ada Bellanova

 

ps- Questo il contributo in forma di “reportage da dentro le mura di una scuola” di Ada Bellanova, insegnante e scrittrice e soprattutto amica della Bomba. Lo pubblichiamo perché parliamo di cultura e la scuola è una delle istituzione culturali più importanti: smembrare una scuola o considerarla un servizio accessorio non è diverso dal prendere a martellate una statua del Bernini. Per dire.

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