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Arte, Danza, Idee, Teatro

‘Schiacciati’ sullo Schiaccianoci

7 Dic , 2014  

ovvero, riflessioni sul contemporaneo (a tempo di balletto)

Pochi giorni fa, al teatro dei Rinnovati, Lo Schiaccianoci ha fatto il tutto esaurito. Non solo. I biglietti sono andati via talmente in fretta, che la produzione ha deciso – in corsa – di aggiungere uno spettacolo pomeridiano. A dimostrazione che non è stata una piacevole coincidenza, alimentata dalla serata mite di un inverno in ritardo. Lo Schiaccianoci ha fatto il tutto esaurito perché la danza classica, da queste parti, si vede col contagocce. Eppure una ‘domanda‘ – se vogliamo ragionare nei termini economici e poco culturali del mercato domanda/offerta – evidentemente c’è. E si sveglia, si muove, esce e riempie il teatro quando ne ha l’occasione. Anche fuori abbonamento.

È stata una piacevole serata. Un buon balletto, presentato da una buona compagnia – il Ballet of Moscow – con un divertente allestimento. Non dei ‘mostri’ di tecnica, giacché i mostri veri da Siena ci passano raramente, ma una interessante incursione nella danza internazionale cui la città ha risposto con entusiasmo. E questa è la prima buona notizia.

La seconda buona notizia è che in teatro c’erano molti bambini, anche piccoli. Che sono rimasti buoni e affascinati da quei costumi e da quella storia di soldatini, fate e topi danzanti. Con la bocca aperta e gli occhi sgranati. Certo, Lo Schiaccianoci è un balletto ‘facile‘. È allegro, colorato, coinvolgente. È il balletto natalizio per definizione, quello amato dai bambini di tutto il mondo perché ti porta in un mondo incantato, popolato di creature fantastiche che ti catturano e ti accompagnano in un sogno. È certamente adatto. Ma la risposta non è banale e anzi è una riflessione positiva: esiste una generazione di (giovani) genitori che decide consapevolmente di portare i bambini a teatro a vedere la danza classica. E che li avvicina così, a piccoli passi, a una forma di abitudine ai luoghi della cultura e dell’arte, a una fruizione più composta e attenta. Che lavora, con semplicità, alla formazione di una sensibilità che quei bambini si porteranno dietro, nel crescere, e che magari li allontanerà in parte dalla barbarie dei nostri tempi moderni.

Ma c’è, infine, una terza riflessione che scaturisce da tutto questo, se accostiamo il sold out de Lo Schiaccianoci al festival di danza contemporanea (uno, non il solo) che ha animato la città alla fine di ottobre. Confi.Dance è una rassegna dedicata alle contaminazioni degli stili e alla “trasformazione degli spazi urbani in luoghi off”. Questa (sesta) edizione ha segnato il ritorno a Siena della compagnia Abbondanza/Bertoni con lo spettacolo “Le fumatrici di pecore” andato in scena ai Rozzi. Costo del biglietto, simbolici 2 euro. Spettatori paganti, pochi. La platea, forse nemmeno quella. Eppure era un sabato sera di un mite ottobre in cui questa città non proponeva esattamente un’offerta fantasmagorica. E la compagnia Abbondanza/Bertoni non è esattamente l’ultimo interlocutore del mondo, in termini di danza contemporanea (leggere per credere, ad esempio nel loro cv).

Quale riflessione, dunque? Semplice, noi non siamo curiosi. Noi non rischiamo.
Noi facciamo il tutto esaurito con Lo Schiaccianoci (così come in tutti gli altri spettacoli di cartello che passano nella stagione teatrale) perché sono esperienze semplici. Perché le conosciamo. Perché andiamo sul sicuro. Non abbiamo bisogno di paracaduti culturali, non ci poniamo di fronte al problema di uscire dal teatro e domandarsi “ma cosa volevano dire, con questo? cosa significa?” (domanda che ad esempio mi sono posta io quando sono uscita da Le fumatrici di pecore).

Sperimentare, anche da semplice fruitore, è faticoso. Impegna la nostra testa, ci induce necessariamente ad attivare dei recettori nuovi. Ci espone al rischio di sentirci incompetenti, inadeguati, impreparati. Ci mette in imbarazzo, sposta l’asse delle nostre certezze. Ci destabilizza, almeno finché non diventa un’abitudine. Non l’abitudine a sostituire una esperienza nuova ad una vecchia, ma l’abitudine di tentare esperienze nuove rispetto a rifugiarsi in quelle vecchie.
Nessuno mangiava sushi finché non è diventato normale mangiare sushi.
Col contemporaneo è lo stesso, che si parli di danza, di musica, di teatro, di arti visive. Il contemporaneo è strano e allora è più facile scansarlo, evitarlo, che tentare il confronto con qualcosa che potrebbe non piacerci, che potremmo non capire.

Ecco che diventa dunque essenziale il ruolo di chi progetta le politiche culturali (o, più banalmente, di chi mette insieme i cartelloni delle stagioni di spettacolo).
Sto per dire una cosa molto impopolare. Il contemporaneo va imposto. Perché solo moltiplicando le occasioni di fruizioni, le esperienze, le possibilità si riuscirà a creare, un giorno, una abitudine al contemporaneo. Non ad apprezzarlo, ma a volercisi avvicinare. A toccarlo, per poi decidere legittimamente cosa ci piace e cosa non ci piace, cosa scegliamo e cosa continuiamo a non scegliere, ma mossi dalla consapevolezza e non più dalla pigrizia.
Finché releghiamo il contemporaneo fuori dagli spazi ‘istituzionali’, fuori dai cartelloni, fuori dalle rassegne, fuori dagli abbonamenti quel circuito continuerà ad autoalimentarsi solo con chi e per chi è già interessato. E allora quel contemporaneo avrà in parte fallito nella sua funzione che è quella di raccontare a noi quello che sta accade nel momento in cui sta accadendo. Di allargare la nostra visione sul nostro mondo. Sul qui e sull’ora.
All art has been contemporary. Ma noi continuiamo a far finta che sia roba per una ristretta cerchia di snob.

Giulia Maestrini

ps – sull’educazione al contemporaneo abbiamo ragionato, in modo molto più approfondito, nell’ultima puntata di Siena Cult Sera. Parlavamo di arte, nello specifico, ma il discorso vale per tute le arti. Se ve la siete persa, la potete rivedere qui.

ps2 – l’immagine di copertina è tratta dallo spettacolo Le Fumatrici di pecore (foto di Stefano Manica)

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2 Responses

  1. Marzia DV scrive:

    L’arte contemporanea è come la lettura, all’inizio si fa fatica , si abbandonano i libri più impegniativi, poi, diventa un ‘esigenza biologica, vitale pari al buon cibo, pari ad un viaggio , ma più bello poiché mentale e sensoriale.

  2. misuramenti scrive:

    Oggettivamente un ottimo intervento. Spulcio con attenzione il blog http://www.labombacarta.it. Proseguite così!

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