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Teatro

Spettacolo dal vivo: otto domande (per tacer di altre tre)

10 Nov , 2014  

Dopo qualche mese ci ritroviamo ancora di fronte ad una lettera aperta alle istituzioni sulle questioni irrisolte dello spettacolo dal vivo a Siena.

Ma c’è una novità: stavolta a scriverla non è un collettivo di artisti, bensì una singola compagnia teatrale. Cosa è successo? Quelle rivalità da sempre indicate come una delle maggiori debolezze delle compagnie del teatro e della danza cittadine sono tornate a manifestarsi, dopo un apparente e brevissimo momento di concordia? Non lo so, non credo; sta di fatto che Straligut Teatro ha ritenuto opportuno muoversi individualmente, portando avanti una questione che li riguarda come “uno dei tanti esempi, forse il più stridente, della mancanza di trasparenza nella gestione delle risorse per le politiche culturali senesi”.

La questione individuale è l’azzeramento del contributo da parte della Regione Toscana rispetto al progetto In-Box (su cui potete informarvi qui), dovuto, secondo Straligut, alla latitanza del Comune di Siena. Questo l’inizio della lettera. Ma mi corre l’obbligo di interrompermi e premettere che anche io appartengo a una compagnia teatrale senese, quindi sono parte in causa. Siedo allo stesso tavolo di Straligut e di altri per una sorta di coordinamento di alcune realtà locali di danza e teatro. E sostengo fortemente sia la “personale” causa di Straligut sia il pensiero di fondo che sta alla base di questa lettera. Li sostengo senza se e senza ma. Al contempo mi faccio alcune domande: le tre domande a Margherita e al resto dei lettori.

Prima domanda. Per quale motivo l’azzeramento del contributo regionale dovrebbe essere attribuibile alla latitanza – anche economica, come si evince poi dalla lettera – del Comune di Siena? Se non sono male informata la compagnia Straligut ha sede e residenza artistica presso il Comune di Monteroni d’Arbia, e quindi non mi è chiaro il motivo per cui proprio l’assenza del sostegno da parte del Comune di Siena avrebbe dovuto determinare il mancato rinnovamento del contributo della Regione.

Ma magari sono fuori strada: anche se dovrei intendermene, di finanziamenti pubblici ne capisco poco o niente, forse perché del teatro prediligo la parte artistica rispetto a quella contabile. Del resto, nella mia semplicità, mi aspetterei che un’eccellenza nazionale come In-Box fosse finanziata dal MiBACT.

Si passa quindi al nucleo centrale della lettera, quello in cui dalla questione “personale” si slitta pian piano verso quella più generale, con otto domande al Sindaco Valentini che comunque “riguardano tutti gli artisti ed operatori culturali di Siena. E più in generale i cittadini che hanno a cuore il futuro, non solo culturale, di questa città”.

1) Esiste un riconoscimento del valore di In-Box da parte del Comune di Siena?

2) Se sì, perché al di là delle belle parole, non si è mai tramutato in un sostegno concreto?

3) Se il problema è rappresentato dalla mancanza di risorse, come ci sentiamo ripetere da settembre 2013, come spiega, ad esempio, le determine estive che assegnano 12.000 euro ad alcune iniziative di danza? E i 10.000 euro assegnati a Siena&Stars?

4) Non mettiamo in dubbio la qualità dei progetti finanziati e il lavoro dei nostri colleghi, vorremmo solo sapere: in base a quali criteri di valutazione si è deciso di sostenere quei progetti e non altri?

5) Come mai la creazione di un regolamento comunale per l’assegnazione delle residenze artistiche e dei contributi non è una priorità della politica culturale dell’Amministrazione?

6) Cosa sta facendo l’Amministrazione per creare i presupposti per far tornare Siena sulla mappa delle residenze artistiche della Regione Toscana 2016-2019?

7) Durante l’incontro pubblico del 20 Giugno 2014 Lei e l’Assessore Vedovelli avete comunicato l’imminente creazione di tavoli di lavoro su regole, finanziamenti e spazi per le arti performative. Come mai a distanza di 4 mesi non sono stati ancora convocati?

8) Intende l’Amministrazione dare un segnale concreto nei confronti di chi ha scelto di fare della cultura la propria professione?

Nello specifico delle questioni non voglio entrare, ma avrei una piccola notazione di stile da fare: non credo che sia molto elegante chiedere in una lettera pubblica come mai e secondo quali criteri siano stati finanziati altri colleghi. Sarebbe un po’ come dire che ci pare strano che certi artisti siano stati ritenuti meritevoli di un sostegno.

O forse, ed ecco la seconda domanda – si voleva invece dire che i nostri amministratori, non conoscendo gli artisti, finanziano in base a criteri oscuri, poco trasparenti e legati a motivi altri dalle politiche culturali? Ben vengano allora, in caso affermativo, criteri chiari e oggettivi, perché, citando la chiusa della lettera, “indifferenza e mancanza di regole uccidono il teatro e la danza”. Vero, verissimo, mai verità fu più vera. Certo, non ricordo che in passato una, una sola di tutte noi compagnie che hanno beneficiato di un finanziamento da parte delle istituzioni, si sia mai lamentata per la mancanza di criteri chiari e oggettivi. E non solo perché quella volta il finanziamento era toccato a noi. Altrimenti sarebbe come dire che adesso si chiedono le regole ferree perché i soldi non ci arrivano più.

Ma perché pensavamo che i nostri amministratori sapessero valutarci, non solo in quanto persone esperte di questo ramo della cultura (e questo dal passato non cambia nel presente), ma in quanto persone che ci conoscevano, che conoscevano il nostro lavoro e, poiché era un lavoro che a loro piaceva – secondo i loro criteri di determinazione e gestione delle politiche culturali – decidevano quindi di sostenerci.Ecco, è soprattutto questo che adesso a me sembra un problema che uccide il teatro e la danza: che i nostri amministratori non ci conoscono. Non vengono a vederci, non scendono nel profondo dei nostri progetti e non ne diventano parte. Sono, per usare la perfetta espressione dei miei colleghi, indifferenti. Chiudo, come forse potrete intuire, con la terza domanda: perché?

 

Margherita Fusi

Ps – Mi sono permessa di riportare dalla pagina Facebook di Straligut Teatro, “tra i messaggi di sostegno che ci sono arrivati e continuano ad arrivare in queste ore, […] quello di Daria Balducelli, perché ci vuole bene e perché le vogliamo bene”: Che dire. Ho lavorato a questo progetto almeno per tre anni, forse quattro. Straligut Teatro sono giovani, tenaci, organizzatori e artisti che provano a ridare senso al lavoro teatrale ponendosi domande concrete, cercando vie alternative a questa palude. Domande vere perché è sulla loro pelle che hanno vissuto e vivono l’amarezza del non poter lavorare. Come tantissimi artisti, ma a differenza di chi si lamenta e basta, loro si sono inventati un progetto che potesse essere utile a tutti. Un progetto che pensasse davvero alla comunità e non solo al proprio teatrino. Con in-box e grazie a in-box ho avuto modo di seguire ed affezionarmi a compagnie che hanno potuto andare in teatri che forse non avrebbero mai incrociato nel loro percorso artistico. E questo non perché non fossero valide, ma perché in Italia il lavoro non è riconosciuto, soprattutto da chi in bocca ha sempre parole convenienti, di sinistra, rappacificanti. Quindi, non lasciamoli soli.

Sottoscrivo: non lasciamoli soli.

 

Ps2 – Attendo con ansia le risposte del sindaco Valentini. Se poi, una volta fatto trenta, vorrà fare anche trentuno e rispondere pure alla mia terza domanda ne sarò deliziata.

 

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