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Arte, Eventi, Idee

Dopo l’età dell’oro, la stagione della ragione

14 Apr , 2014  

Riprendendo fiato dalle questioni interamente senesi di cui – troppo spesso – ci troviamo a parlare in questo spazio, vogliamo segnalare due mostre interessanti che in questo periodo sono ospitate in due piccole città italiane: Matisse a Ferrara e “L’ossessione nordica” a Rovigo.

Sono passati i tempi in cui le città d’arte della nostra penisola offrivano grandi mostre, impeccabili dal punto di vista scientifico, dell’allestimento e dell’organizzazione in termini di marketing territoriale attorno alla mostra stessa, sono finiti perché sono finite le risorse, perché gli italiani viaggiano meno e se devono rinunciare a qualcosa lo fanno al  week end fuori città; sono finite anche perché qualcuno aveva ecceduto. Diciamo che è passata l’età dell’oro e tarda ad arrivare una nuova stagione.

Negli anni Duemila si annoverano grandi mostre a Siena, Mantova, Ferrara, Padova. Poi arrivarono Treviso e Brescia  ma già la china era calante. In tanti annovarano un Van Gogh a Treviso come l’esempio sbagliato che sbaragliò il banco. Faccio esempi da semplice “spettatore” con la certezza di essere né esaustivo né corretto filologicamente.

Negli ultimi anni le piccole città hanno taciuto, hanno fatto come da noi: mostre più piccole spesso acquistate e quindi itineranti per l’Europa, più per continuare con l’offerta culturale locale che per richiamare un tipo di turismo che era stato inizialmente fidelizzato ed ora perso.

Ferrara ci riprova. Ed a Palazzo dei Diamanti (Fondazione con soci pubblici) propone fino al 15 giugno un’antologica su Henri Matisse: Matisse la figura – la forza della linea, l’emozione del colore. Una bella mostra, ben pensata attraverso un dialogo continuo tra le opere (bronzi, tele e cartoni) che incantano il visitatore meno esperto (io che di Matisse conoscevo sì e no tre cose) ed alla fine ci mostrano il percorso artistico di una vita intera.

Da Ferrara a Rovigo sono pochi minuti di treno ed a Rovigo nello stesso periodo organizzano un’altra mostra di respiro internazionale. Un tempo facendo un piano di comunicazione per uno dei due eventi avremmo messo nell’analisi swot la presenza dell’altro come una minaccia che loro hanno pensato bene di trasformarla in opportunità. In modo semplice, un ingresso ridotto alla mostra di Rovigo avendo già visitato Matisse. Piccole cose ma che significano fare rete, non sentirsi sempre in competizione. Guardare oltre e pensare che quei visitatori fidelizzati di dieci anni fa oggi esistono ancora ma hanno meno disponibilità economica e soprattutto vanno ricercati, recuperati, ritrovati. La mostra è palazzo Roverella (consorzio pubblico) fino al 22 giugno e con un allestimento austero e non sempre perfetto racconta i contatti ed il contagio tra i pittori italiani di inizio novecento con Klimt, Böcklin, Hodler, Klinger, Von Stuck e Munch.

Che significa questo? Significa che si può riprovarci, che possiamo ripartire. Significa che la stagione delle mostre-evento, delle Grandi Mostre, come si chiamavano allora (autodefinizione che in termini enologici fa il pari con Supertuscan) è finita ed è finita male. Non soltanto perché sono finiti gli investitori ma perché era stata malinterpretata e quindi depredata. Con la qualità però si può riguardare a quell’esperienza e ripartire ma soprattutto possiamo farlo non considerando i nostri “vicini” dei nemici e dei competitor, ma il nostro pubblico di riferimento e personalità con cui confrontarsi ed imparare. E qui vengo a Siena. Abbiamo circa quindici anni di esperienza in questo campo ed una credibilità costruita con fatica che dobbiamo far fruttare prima che scompaia del tutto. Questo non significa che torneremo ai fasti di un tempo (la Mostra di Duccio è archiviata ormai) ma che rimboccandoci le maniche la leva dell’arte e della curiosità culturale potrà tornare ad essere fonte di richiamo turistico e quindi di crescita economica e sociale. Le grandi mostre, lettera minuscola, funzionano così: offro crescita sociale e culturale e ne ho un ritorno turistico e di immagine (difficilmente calcolabile nel  breve periodo). Le piccole mostre sono invece il contrario. La città non aspetta altro, lo abbiamo visto con la recente mostra di Staino che è stata accolta in modo positivo da tutti e che è bene o male il primo fortunato e coraggioso “grande evento” dopo anni. Quel che manca, ancora, è un disegno di lungo termine chiaro alla cittadinanza, ma se sapremo riprendere la capacità progettuale di un tempo con idee nuove in termini di connessione con il territorio (e indico tutto il territorio regionale) Siena vincerà questa sfida, che è ben più importante delle scadenze di breve periodo.

Giuseppe Gori Savellini

ps- il titolo è brutto, sì, non m’è venuto di meglio. Il guaio è che ultimamente ci rendiamo conto che la gente legge solo quello…

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