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Eventi, Idee, Musica

La sindrome del babbo di Tozzi

3 Apr , 2016  

(Lettera aperta al professore Vedovelli, assessore alla cultura del Comune di Siena, per invitarlo a vedere Luca Nostro Quartet il prossimo lunedì 4 aprile, ultimo concerto del locale Un Tubo prima della sua definitiva chiusura)***

Egregio assessore, le parlerò di una sindrome. Raccontano in città che il padre di Tozzi, a quanto pare, fosse un uomo burbero, un tipo po’ manesco. Come dire, un gazzillòro venuto qui da Pari e più che mai convinto che il figliolo fosse veramente un buono a nulla. Un minorato mentale secondo lui. Un tipo che avrebbe fatto meglio a zappare la terra invece che scrivere romanzi. A me capita spesso di passeggiare nei luoghi di Tozzi dentro e fuori questa città, e di provare un forte imbarazzo. È in questi momenti che penso alla sindrome, di cui non dirò ora ma ne accennerò più avanti, se avrà la pazienza di leggermi fino in fondo.

Per esempio a me capita di pensare, chissà cosa sarebbe accaduto se Federigo Tozzi – poniamo – si fosse arreso alle paturnie paterne e si fosse convinto di essere per davvero un buono a nulla. E se fosse andato a zappare la terra? Ecco, prima cosa non sarebbe mai diventato Federigo Tozzi. Due. La lingua italiana sarebbe rimasta orfana d’un genio delle patrie lettere. Tre, la città si sarebbe privata di un suo gioiello.

Ed è a proposito di città e letteratura che volevo ritornare brevemente sul tema iniziale della sindrome. Meno di una settimana fa, la invitavo amichevolmente alla presentazione del mio ultimo romanzo: Promenade, un itinerario letterario della città di Siena. La presentazione si svolgeva presso il locale Un Tubo; e lei mi rispose molto cordialmente con una email dal tono rispettoso – di ciò le sono infinitamente grato. Mi scrisse “buongiorno, seguo la programmazione del Tubo e sapevo dell’iniziativa, ma purtroppo non potrò presenziare perché impegnato a Firenze”.

Il resto è storia nota. La leggiamo sui giornali. A distanza di tre giorni, il locale di cui lei segue la programmazione veniva chiuso dai vigili urbani a causa di un’oscura ordinanza comunale, del tutto pretestuosa nonché priva di senso economico logico e giuridico. In pratica, il nodo della questione è essenzialmente politico: non esiste in questa città, una regolamentazione ad hoc sugli spettacolo dal vivo nei locali.

In effetti, a pensarci bene, l’unica colpa che avrebbe il posto “incriminato” è che mentre attendeva negli ultimi tre anni una soluzione definitiva all’horror vacui vigente, si è prodigata a concedere con generosità spazi a musicisti (famosi e non) a poeti, scrittori. Ha organizzato Reading, mostre di pittura, di fotografia, serate di Crow funding per sponsorizzare progetti mediatici, tra cui il documentario Rua da Saudade 22 di Diego Perucci, citato recentemente da Ranieri Polese sul Corriere della sera e in lista proprio in questi giorni al festival del cinema di Lisbona.

Contrariamente a Lisbona, qui a Siena, sulla porta del locale in questione si leggono a malapena queste laconiche dichiarazioni: Un Tubo Jazz Club deve chiudere improvvisamente, con enorme dispiacere, la sua densa programmazione. Lunedì 4 aprile alle 10.15, si esibisce l’ultimo gradito ospite con la sua band, Luca Nostro Quintet.

Escluso il pretesto della sindrome è questo il vero motivo per cui le scrivo, con tutta la stima e la fiducia che lei sa. Perché, mi creda, se non la rispettassi e se non mi fidassi di lei mai e poi mai mi verrebbe in mente di rinnovare l’invito chiedendole spregiudicatamente di partecipare assieme a me lunedì prossimo al concerto d’addio nel locale Un Tubo, prima della sua definitiva chiusura. Sarebbe essenzialmente un atto dovuto nei confronti di una città che sta perdendo lentamente i suoi punti di riferimento culturali. Bastonata dalla crisi. Da una sonora bocciatura come città europea della cultura. E orfana infine di una banca che ha gestito fino a poco fa da generoso mecenate, viziando però l’intera collettività di inettitudine propositiva. Insomma, una città così avrebbe bisogno di un gesto simbolico, di una figura istituzionale che venga a testimoniare con la sua presenza che né musica né cultura si possono proibire. Perché? Dirà ovviamente l’amministrazione comunale.

E noi risponderemo perché questa è la città in cui Cecco Angiolieri se ne andava a far bisboccia fino a notte fonda con il musico Casella, che molto probabilmente è lo stesso Casella (mio omonimo, peraltro) che Dante Alighieri infila tra le anime del Purgatorio. E poi perché questa è la città in cui passeggiava Federigo Tozzi. Dove è nato Cesare Brandi, dove Vittorio Alfieri portava i suoi dodici cavalli di razza comprati a Londra nei giorni che precedevano il Palio. La città dove lo stesso Alfieri ha scritto e stampato quasi tutte le sue Tragedie. Una città che Camus ha definito “Costantinopoli di perfezione”. Che Hawthore preferiva a Firenze. Che secondo Charles Dickens rassomigliava a una “Venezia senz’acqua”.

È questa la città di cui lei è assessore alla cultura. Una città strana. Una città magica, meravigliosa, di una bellezza strepitosa, ma ossessionata purtroppo dalla sindrome del babbo di Tozzi. Del resto la pressione e l’accanimento amministrativo esercitato contro il locale Un Tubo – affinché chiuda, o perché non possa svolgere pienamente le sue attività culturali – rassomiglia molto vagamente alle stolide convinzioni del babbo di Tozzi: che è molto meglio un figliolo ignorante di uno scrittore di romanzi psicologici. Che è molto meglio un locale chiuso e che non fa rumore la notte di una sonetto di Cecco Angiolieri o di un concerto jazz. Di una mostra fotografica. O di pittura. Per questo motivo la chiusura di un simile locale sarebbe un delitto estetico. Un delitto grave. Premeditato, mi permetterei aggiungere. Perché appunto priverebbe la città dei suoi gioielli. Dei suoi talenti. Dei suoi Federigo Tozzi a venire. La cultura – lei lo sa molto meglio di me, egregio assessore – è l’anticorpo necessario per combattere ogni forma di degrado urbano. Hanno ragione i sociologi. Non c’è laboratorio di creatività che non produca civiltà.

E invece io temo che con questi arzigogoli di burocrazia suicida, Siena rischi di perdere davvero l’ennesima occasione di comportarsi da vera capitale della cultura, specialmente se rinuncia da perfetta kamikaze perfino all’ultimo residuo di capitale culturale che le viene offerto gratis. Sì, perché con la chiusura del locale Un Tubo non solo perdiamo l’ultimo luogo autentico dove si produceva un po’ di musica e cultura ma anche l’ultimo barlume di ragione e di speranza. E non solo, anche l’ultimo grumo di agglomerazione sociale.

I miei più cordiali saluti, l’attendo la sera del 4 aprile alle 10.15 in vicolo del Luparello n. 1

Alfonso Diego Casella

 

***  DESTINATARIO ASSENTE : a causa delle dimissioni dell’assessore alla cultura, questa lettera purtroppo rimane senza destinatario

 

ps – l’immagine di copertina del ‘Luca Nostro Quintet’ è tratta da Facebook ed è quella utilizzata per promuovere l’evento a Un Tubo.

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4 Responses

  1. stefano jacoviello scrive:

    Rimandiamola al Sindaco e al Vice-Sindaco.
    Stefano Jacoviello

  2. Gaia Pasi scrive:

    Grazie Alfonso non sprechi mai le parole questa lettera dovrebbe essere affissa al Comune!
    ….scappare, da Siena ora si può e si deve, come fece Tozzi, che ebbe modo di diventare (respirare) Tozzi, a Roma!!!

    • Giulio Adilardi scrive:

      Non bisogna crearsi illusioni, Roma non è più quella dove visse, e morì, Tozzi. Io sono nato e vissuto a Roma per oltre 70 anni ma, alla fine, sono scappato a Siena e non ne sono affatto pentito.

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